mercoledì 23 gennaio 2019


... appunti in punta di violino ...



… cenni storici!


Non si sa bene dove e quando siano nati gli strumenti ad arco. Sicuro è che ne esistono tracce in quasi tutti i continenti.
Molte culture antiche e moderne, utilizzavano e utilizzano strumenti ad arco, come la Lira Greca e quella Calabra, il Kemence(Turkia),il Sarangi(India),lo N'jarka(Mali), ne sono solo alcuni esempi. Strumenti in alcuni casi caduti nell'oblio a favore del più moderno e versatile violino.



Lo strumento ad arco, assieme a rudimentali percussione e a modesti flauti, ha accompagnato l'evoluzione dell'umanità, seguendolo nelle varie fasi di transumanza.
Il violino ancora oggi è simbolo delle popolazioni nomadi, dalla Mongolia al Pakistan, dall'India al Corno d'Africa, Gitani, Sinti e Tuareg hanno viaggiato col loro strumento, accompagnando il canto o sostituendolo, per intonare le loro melodie.








Essendo strumenti di piccole dimensioni e di facile trasporto, hanno comunque la capacità di emettere suoni più o meno acuti, tali da sovrastare il suono delle percussioni.




… un violino tra gli schiavi !

Durante la deportazione di schiavi nel continente americano,durato più di 400 anni, vennero trasportati anche oggetti esotici e preziosi, ed alcuni strumenti musicali.
Sembra che agli sciavi, durante le brevi pause, gli venisse concesso di esibirsi in canti e balli.
In alcune rappresentazioni dei campi di schiavitù, vengono rappresentati alcuni schiavi suonare strumenti ad arco, come il già citato N'jarka, violino monocordo di etnia Mande.
Questo strumento si sarebbe evoluto in un Cigar Box Violin, strumento che gli schiavi realizzavano con le scatole di sigari dei loro padroni, un pezzo di manico di scopa e una corda metallica.








Big Bill Bronzy, noto Bluesman ritenuto uno dei padri del Chicago Blues,ha raccontato ad Alan Lomax, ricercatore ed etnomusicologo americano, che quando era bambino si costruì un violino proprio come quello descritto. Con questo rudimentale strumento e la sua voce intratteneva i suoi amici nelle feste da ballo.
Solo dopo aver partecipato alla seconda guerra mondiale, periodo nel quale venne in Europa, e al suo ritorno, trasferitosi a Chicago, inizierà a suonare la chitarra, diventandone uno dei più influenti artisti.





… un figlio meticcio di nome Jass

Proprio tra gli ultimi decenni dell'800 e primi decenni del'900, nello stato della Louisiana, prendono vita numerosi generi musicali, dal Cajun allo Zydeco, dal Delta Blues al Chicago Blues, dal Rag al Jazz. In tutto questo fermento il violino è una delle voci forti, fa a gomitate con le fisarmoniche e le cornette, in quel di Clarksdale trascina gruppi di percussionisti ai polverosi pic nic di primavera, dando origine elle poi più famose Marching Band di New Orleans.
Ci sono artisti, luoghi e altri generi musicali che potrei menzionare, ma per ovvi motivi non mi dilungo, diciamo che grazie al nuovo e crescente mercato discografico, nasce il Jazz.
Di fatto il 26 febbraio del 1917 a New York viene inciso il primo disco sotto il nome di Jass. La band Original Dixeland Jass Band guidata da Nick La Rocca è composta da tutti ragazzi bianchi figli di immigrati europei, ma nati e cresciuti a New Orleans a stretto contato con la comunità Africano Americana.



… DNA !

Sicuro che la componente Africano Americana è predominante nel DNA del Jazz. La concezione poliritmica e l'utilizzo di strutture armonicamente semplici come il Blues, sono ancora gli elementi peculiari della musica di tutto il continente africano.
Ma ci sono anche tante contaminazioni della musica occidentale. Oltre alla popolare forma canzone con strofa e ritornello, vengono riadattate le forme classiche della fuga, il canone e il Valzer.





… veloci mutamenti !

Dopo la diffusione del Jazz classico nel 1920, che era influenzato dal Blues e dal Ragtime, arrivano il Dixeland e lo Swing, entrambi suonati da piccole e grandi orchestre in affollate sale da ballo. Generalmente erano composte di soli musicisti Africano Americani o di soli “Bianchi”, i gruppi misti non erano molto apprezzati da entrambe le parti.
Gli anni '40 saranno tormentati dal Be Bop,un genere dal ritmo molto veloce, dove i musicisti, in prevalenza Africano Americani, dopo aver suonato nelle sale da ballo, si riuniscono tutta la notte nei piccoli locali, fumosi e sotterranei di New York, per provare nuove tecniche e formule musicali.
Contemporaneamente nasce il Cool Jazz, nato sulle coste della California, suonato prettamente da musicisti bianchi,si distingue per il suo ritmo calmo e avvolgente,di ispirazione tardo romantica.





… la propaganda !

Il pubblico non va più a ballare il Jazz, ma ne diventa un cultore, ascolta silenzioso, o quasi, ne colleziona i dischi e ne discute con gli amici, di fatto il Jazz diventa la musica Nazionale Americana. I musicisti di Jazz verranno mandati in tutti i continenti, come soldati, a diffondere la cultura degli Stati Uniti. Suoneranno alle TV locali e nei prestigiosi teatri di musica classica. Così questa musica che fino ad allora s'era nutrita dei geni multiculturali americani, abbraccia anche e viene abbracciato dal resto del mondo.
Già al finire degli anni 50, in Europa sono nati circoli, festival e scuole dedicati al Jazz.
Dopo i revival di inizio '60, nasce il Free Jazz, non è solo musica ma protesta, politica. Distruggere il sistema e ricrearne uno nuovo con pari diritti per tutti senza distinzione di razza. Ma non è finita, sempre più popolare assume nuove forme. Nasce il Jazz Elettrico e la Fusion, generi che come i loro predecessori hanno fatto discutere molto, ma che comunque hanno prodotto brani indimenticabili.
Oggi, dopo 100 anni, il Jazz assume molti aspetti, in molte parti del mondo, con alcune contaminazioni Etno o Word, ha dato vita a scuole caratterizzate da un tipico suono d'appartenenza. L'Italia e la Francia, i Paesi Scandinavi e il Giappone sono solo alcune delle realtà più diffuse.



… un'orchestra di violini !

In tutta questa ascesa, con eventi sempre più o meno sporadici, il violini ne è stato uno dei protagonisti.
Ogni forma di Jazz citata ha avuto uno o più rappresentanti dello strumento. Non li elenco tutti!
… Eddie South e Stuff Smith anno animato il Dixeland,
Joe Venuti negli Usa e Stephane Grappelli in Europa, la swing era. La lista è affollata, dal Free di Leroy Jenkins alle contaminazioni di Jean Lu Ponti, dal minimalismo di Mark Feldman elle incursioni Fusion/ World di L. Shankar.
Oggi ci sono molti artisti che propongono personali visioni dello strumento.

… in Italia !

In Italia abbiamo diversi violinisti, che si cimentano sia nel repertorio del Jazz classico che in quello moderno.
Ma c'è un artista in particolare,che si muove a 360° nella musica d'improvvisazione. In solo o in gruppi più o meno numerosi, dimostra grande personalità.
Insomma !... dalla minimal music alle Big Band ... Emanuele  Parrini  sa farsi notare!





… viaggio al centro del violino !

Qualche tempo fa ho ascoltato il suo album di solo violino.
… “viaggio al centro del violino n°1” edito dalla Rudi Records nel 2014 è un vero viaggio all'interno delle possibilità di questo strumento. In verità in due brani è accompagnato dalla viola di Paolo Botti, ma il contributo è talmente partecipato che non distoglie dalla trama ma ne aggiunge spessore dando l'impressione di un corpo unico.
Un album crudo e caldo, introspettivo, comunque difficile da spiegare con le sole parole.
Oltre all'ascolto, per capire il modo “Musica” di Emanuele Parrini vi riporto la piacevole “chiacchierata” che abbiamo avuto:


Come nasce la tua passione per la musica?

Sicuramente il mio ambiente familiare ha favorito questa attitudine, ha stimolato la mia curiosità e la determinazione con cui sono andato, poi, a ricercarmi le cose. Come dire, un input ci deve essere, ma sta a te coltivarlo.
Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che si è adoperata per farmi fare esperienze su più fronti, portando me e mio fratello a vedere spettacoli, proponendo libri, facendoci viaggiare.
Per farti un esempio concreto: mia madre è di Spoleto ed il fatto di passare là feste comandate e parte delle vacanze estive, ha facilitato la possibilità di andare a vedere, sin da bambino, gli spettacoli del Festival dei due Mondi ed in seguito Umbria Jazz. Mio zio è un appassionato di Jazz, mio cugino è un batterista e con loro ho vissuto i primi concerti.
Certo, sono stato fortunato ed il ricordo è quello di un periodo di scoperte e grande complicità.





Col violino e stato amore a prima vista?

Amore a prima vista. Subito, dal primo momento che misi gli occhi su quello strumento di mio nonno tirato fuori dall’armadio dove stava ad ammuffire. Per la verità non era uno strumento eccezionale e mio nonno era stato un suonatore più che dilettante (la mia bisnonna lo chiamava “pane e aceto” quando lo sentiva suonare non gradendo particolarmente), ma era divorato dalla passione e quella passione mi è arrivata e si è appropriata di me.

Hai fatto studi classici?

Sì, ma in maniera non istituzionale, nel senso che ho frequentato la Scuola di musica di Orbetello, ho preso lezioni da un violinista barocco da cui andavo una volta al mese, ma non ho frequentato un Conservatorio e non ho un Diploma.
Comunque ho avuto dei grandi insegnanti e con loro ho studiato tanto e duramente, tanto che ho conservato quella disciplina e quel senso critico dello studio nel mio percorso successivo.

Come ti sei accostato al Jazz?

Mi sono accostato al Jazz in maniera spontanea. All’inizio si è presentato frequentando la Scuola di Musica nella persona di Giulio Libano, musicista, arrangiatore e compositore di successo che veniva a dirigere una piccola orchestra di studenti ed appassionati il cui repertorio prevedeva anche grandi classici come Moon River, Over The Rainbow o Take the “A” Train di Ellington oltre ai sui brani originali (tra cui anche un quartetto d’archi per noi studenti di violino). Poi con l’ascolto degli Lp dell’Enciclopedia della Fabbri spulciata per curiosità con cui scopro Stephane Grappelli, ed il primo concerto a 15 anni con mio zio a vedere Art Blakey Jazz Messengers.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Al di là degli ascolti, che sono fondamentali, ho avuto la fortuna di avere degli insegnanti e di fare degli incontri da musicista che sicuramente hanno segnato la mia formazione.
Adoravo il mio insegnante di violino Antonio Cavallucci e volevo essere come lui, così come adoravo Giulio Libano con cui sono rimasto in contatto anche quando la musica oltre ad essere la mia passione era diventata il mio lavoro.
Più avanti, quando frequentavo i seminari invernali di Siena Jazz, una figura fondamentale è stata Furio Di Castri, nel cui gruppo di musica d’insieme imparato cosa voleva dire veramente suonare in un gruppo ed affrontare un repertorio.
Da adulto gli incontri più significativi e formativi, insomma, quelli che hanno segnato di più il mio percorso influenzandolo sono stati quelli con Butch Morris, Anthony Braxton, Cecil Taylor e William Parker.
Aver toccato con mano il loro pensiero, esplorato con loro il loro punto di vista sulla musica è stato un privilegio illuminante. Sopra tutti, però, quello che ritengo il mio Maestro, personale riferimento umano e musicale è Tony Scott.
Oltre a quello che rappresenta dal punto di vista affettivo, è il tramite, il mio collegamento personale con la musica.
Vorrei parlare anche di Amiri Baraka, che musicista non è, ma che con la musica ed i musicisti ha avuto molto a che fare e rappresenta un esempio di determinazione, lotta e resistenza.
E poi quelli con cui divido il palco, la musica, i viaggi e la vita.
Dimitri e tutti i Dinamitri, Silvia Bolognesi, Paolo Botti, Giovanni Maier, Samuele Venturin, Tony Cattano ed un altro dei miei Maestri che è Tiziano Tononi.


Gli artisti e i generi musicali che ti hanno stimolato nel tempo?

E’ un lungo elenco! Parker, Dolphy, Hank Mobley, Clifford Brown, Archie Shepp, Ellington, Bix, i grandi violinisti come Grappelli, Ponty o Stuff Smith, Massimo Urbani, Ayler, Mingus, Coltrane, Monk, Bill Evans, Muhal, Miles Davis.
Mi è sempre piaciuto Vivaldi, ma anche Mozart, Bach, Bartok oppure Springsteen, De Andrè, Dalla, il desert Blues, Bowie, insomma, quelli che hanno cercato di dare un contributo personale e se la sono rischiata.
Ognuno di noi vive periodi diversi e le cose che ti fanno sognare, ti ispirano o semplicemente attirano la tua attenzione, di conseguenza, sono diverse.
Arrivi a scoprire le cose nelle maniere più varie. Si arriva anche a mitizzare un po’ i propri eroi, ma come mi disse una volta Archie Shepp ”Ad un certo punto devi cominciare a mettere in discussione i tuoi Maestri”.
Lo trovo un grande insegnamento.


Molti lamentano il fatto che le scuole propongono metodi di studio rigidi e antiquati, cosa pensi in merito?

Si smette mai di studiare? ... o anche questa pratica e sempre utile anche per la ricerca del proprio linguaggio?




Per risponderti ti propongo le parole di Henry Threadgill, di un suo scritto pubblicato di recente su Musica Jazz:
“Molti musicisti di oggi hanno un grosso problema. In primo luogo, sono stati influenzati in maniera errata dalle scuole e dalle università che interferiscono con il processo creativo della black music. Ogni musica ha il suo processo creativo, quella cinese, quella balinese, quella indiana. Il punto è che queste scuole hanno pensato di applicare alle altre musiche il processo creativo della musica europea (e non c’è niente di sbagliato, beninteso, nel processo creativo della musica europea, che per la musica europea ha sempre funzionato a meraviglia), ma questo processo non funziona per la musica indiana o per la black music e così via. Il processo creativo sta tutto nel modo in cui si arriva a creare arte, e queste università funzionano proprio come catene di montaggio. Tutti imparano le stesse cose, semplicemente rivisitando la storia della musica. Ma in questo modo non verrà mai fuori niente di nuovo. Ed ecco il problema, con tutti questi musicisti che si assomigliano l’un l’altro, che suonano le stesse cose, che non hanno alcun interesse nel sembrare diversi. Non sanno neanche riconoscere chi sta suonando in un determinato momento, musicisti che hanno quaranta o cinquant’anni più di loro. Stanno lì a farsi raccontare tutto dalle scuole. Trenta allievi in un’aula, ai quali viene detto come passare da A a B, e tutti finiscono per passare da A a B nella stessa precisa maniera. Eppure basta ascoltare con attenzione per capire che Dexter Gordon passa da A a B in un certo modo, Eddie Lockjaw Davis in un altro, Coleman Hawkins in un altro ancora, Sonny Rollins e John Coltrane hanno ciascuno una strategia personale. Questo perché la musica è un fatto individuale, e di conseguenza ogni musicista deve arrivare a queste procedure da solo. Non c’è altro metodo per il jazz o per la improvised black music, soltanto un processo individuale che dev’essere conservato e rispettato”.
Sucuramente è uno spunto di riflessione molto profondo. Non so da dove arrivi questo pensiero diffuso di omologazione, che non credo abbia a che fare solo con la questione scolastica, ci sono in giro insegnanti molto bravi, ma è più esteso. Forse c’è la paura di essere diversi, che i tuoi colleghi, compagni di studi, il pubblico non riconoscano il tuo stile, la tua musica e non sappiano dove collocarti. E’bellissimo suonare immedesimandosi con i propri eroi e tutti noi abbiamo rubato un po’ qua e un po’ là, ma ad un certo punto deve arrivare l’accettazione di te stesso, di quello che sei e da quel momento il lavoro diventa più duro, lo studio più difficile e non finisce mai perché ti fa conoscere chi sei sempre più profondamente.

Quali sono gli ascolti che consiglieresti per allargare i propri orizzonti?

Direi tutto. In generale quello che desta curiosità, anche le cose peggiori sono fonti di spunto. Tutti abbiamo degli ascolti preferiti, ma consiglio di ascoltare di tutto.



Quali sono oggi i progetti che vorresti realizzare?

Sto lavorando ad nuovo album e come spesso mi capita mi sono creato una storia che sto elaborando e sviluppando.
Sto scrivendo musica, ma sono previsti anche brani di quelli che saranno i miei compagni. Sono a buon punto e spero di entrare in studio presto anche se non mi sono dato scadenze perché prima vorrei riuscire a pubblicare il concerto del mio Quartetto con Taylor Ho Bynum per il Centro D’Arte Padova.
Una bellissima esperienza resa possibile dalla collaborazione tra il festival di Novara Jazz, Pisa Jazz ed appunto il Centro d’Arte Padova. La musica mi piace molto e vorrei documentarla su disco e da lì ripartire per dare continuità al gruppo.
Infine dedicarmi all’omaggio al mio Maestro Tony Scott e alle sue composizioni. Ho rimandato questo appuntamento per troppo tempo, e mi pesa. Adesso ne sento l’urgenza.

Negli anni settanta ci sono stati illustri musicisti che hanno abbracciato l'idea di pensare ad una musica totale, dove si superasse la distinzione tra i generi, oggi viviamo in una societa globalizzata priva di filtri, nella quale la contaminazione viene distorta a favore di prodotti musicali finalizzati al solo scopo commerciale.





Oggi qual'e il contributo che può offrire un musicista per recuperare tradizione pur rimanendo nella “modernita”?

L’onestà nei propri confronti, della Musica e del pubblico.
I personaggi di cui parli hanno lottato e difeso con le unghie e con i denti, attraverso difficoltà spesso anche economiche, una musica complessa.
Anche loro hanno attinto alla tradizione, ma per dirla ancora con le parole di Threadgill:

” La tradizione implica l’andare avanti, non è basarsi su un repertorio che viene reinterpretato in continuazione. E io faccio parte di quella tradizione che va avanti, che non smette mai di estendersi ”.











venerdì 11 gennaio 2019

Auditorium Parco della Musica – Teatro Studio Borgna
Domenica 13 gennaio ore 18.00

“Il giro del giorno in ottanta mondi. Incontro con Enrico Rava”
incontro con Enrico Rava conduce Stefano Zenni
A seguire, proiezione del docufilm “Enrico Rava. Note Necessarie”








Per celebrare il suo ottantesimo genetliaco, domenica 13 gennaio, alle ore 18.00, al Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica, il giornalista Stefano Zenni incontra il trombettista che è stato ed è ancora un protagonista del jazz, Enrico Rava. Attraverso i dischi e le sue parole si ripercorre una carriera cosmopolita, varia e avventurosa, che ha sprovincializzato il jazz italiano proiettandolo a livelli internazionali. 
Alla fine dell'incontro sarà proiettato il docufilm “Enrico Rava. Note necessarie” di Monica Affatato.





Questa lezione è in forma di dialogo-intervista a Enrico Rava, protagonista del jazz italiano ed europeo. Un’occasione per entrare nei dettagli della sua concezione musicale e stilistica, attraverso ascolti ed esempi strumentali. Le Lezioni di jazz, giunte alla settima edizione, si confermano l’occasione ideale per avvicinarsi ad uno dei generi musicali più importanti e sorprendenti del nostro tempo, per approfondire le sue figure più significative, i capolavori memorabili, gli strumenti, le connessioni con i grandi temi della cultura. Ogni lezione è condotta con un linguaggio accessibile anche al non specialista e procede con ascolti, filmati, grafici nonché esempi al pianoforte. Dalla sesta stagione, le Lezioni si tengono in un nuovo orario, alle 18.





La vita di Enrico Rava, musicista geniale e innovativo, corrisponde a un importante pezzo di storia del jazz e della musica in generale, in un momento storico di grande fermento sia politico che culturale. Attraverso la ricerca di Monica Affatato, che con grande curiosità e consapevolezza ha ripescato dagli archivi materiali unici e rari, arricchito da approfondimenti teorici di Stefano Zenni che contestualizzano questa musica così evolutiva, ripercorriamo con Rava (e attraverso Rava) decenni di arte. La collaborazione con Altan, che nel 1997 illustrò “Noir” con un inedito fumetto in cui Rava era protagonista; il duetto con Bollani (che nel documentario racconta anche i “dietro le quinte”del loro tour); la collaborazione con artisti come Michelangelo Pistoletto (che curò nel 1980 la copertina del suo LP "Ah"); la presenza nel film di riprese rare di Pier Paolo Pasolini; le jam session con Gato Barbieri; le serate con le leggende del jazz italiano come Massimo Urbani e uno strepitoso concerto con Michel Petrucciani.
Con uno stile fresco, vengono raccontati il passato e il presente in un medley di eventi unici e irripetibili raccontati in prima persona da chi li ha vissuti, raccolti e confezionati con originale capacità.

Auditorium Parco della Musica, Roma
Viale de Coubertin, 30
Infoline 892982
Biglietti: 8 euro

Gaito Ufficio Stampa e Promozione
+39 329 0704981 | + 39 06 45677859

Via Vincenzo Picardi 4C 00197 Roma

mercoledì 12 dicembre 2018

METJAZZ 2019
Storie e viaggi in jazz


Giunta alla XXIV edizione dal 5 al 25 febbraio si terrà la rassegna METJAZZ 2019, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato.
“Forse non esiste musica più autobiografica del jazz. L’improvvisazione, il rapporto fisico con lo strumento, il gioco di interazione tra i musicisti, tutto palpita di una presenza totale e immediata dell’esecutore. La tradizione orale attraverso cui il jazz si è diffuso esalta l’esperienza diretta del fare musica, senza mediazione di spartiti o altri supporti visivi. In più, la possibilità di organizzare sul momento il flusso della musica esalta la qualità narrativa del jazz, la capacità di raccontare storie, di inoltrarsi in viaggi autobiografici o fantastici, in un continuo dialogo tra presente e passato con tutta la musica afroamericana che con la tradizione intrattiene un rapporto vivo, dinamico, creativo”.
Così il curatore Stefano Zenni introduce la rassegna di quest’anno, dedicata a Storie e viaggi in jazz e dunque alla natura narrativa del jazz e alla sua qualità autobiografica nel raccontare vite, desideri, immaginari. Il programma, forte della collaborazione con la Scuola di Musica Verdi, conserva la sua struttura classica e si articola nelle due consuete sezioni – official e off - proponendo a Prato cinque concerti, di cui uno doppio, una conferenza, un incontro e una mostra fotografica. Inoltre, ribadendo la sua sinergia d’intenti con il Pinocchio Jazz Club di Firenze, METJAZZ 2019 si fa promotore e sostenitore di un concerto nel capoluogo toscano.







Quattro i grandi eventi pratesi tra Metastasio e Fabbricone:
  • Martedì 5 febbraio alle ore 21.00 al Teatro Metastasio va in scena Tempo di Chet, un originale spettacolo jazz che sovrappone la scrittura drammaturgica di Leo Muscato e Laura Perini e la partitura musicale curata e interpretata dal vivo da Paolo Fresu - gli attori e i musicisti - per rievocare in un flusso organico di parole, immagini e musica lo stile lirico e intimista di Chet Baker, uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento, in bilico tra tragedia e leggenda, maledettismo e bellezza.
  • Lunedì 11 febbraio alle ore 21 al Teatro Fabbricone, due diversi viaggi in trio mettono a confronto due diverse concezioni del racconto musicale: da un lato, al DEBUTTO IN PRIMA ASSOLUTA, Antonino Siringo, Andrea Tofanelli e Ares Tavolazzi rendono Omaggio a Sun Ra, rileggendo il suo sound fisico e trascinante in modo contenuto e controllato, da camera, facendo a meno della batteria ma conservando la forza ritmica della musica originaria; dall’altro Claudio Filippini, Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo con Before the Wind fanno esplodere una macchina narrativa con arrangiamenti ricchi di svolte, cambi d’atmosfera, composizioni di ampio respiro o bozzetti fortemente caratteristici in un trio a parti equivalenti.
  • Lunedì 18 febbraio alle ore 21 al Teatro Fabbricone Massimo Falascone Seven propone insieme al suo gruppo Méliès, un percorso musicale      costituito da brani ispirati ai cortometraggi di Georges Méliès, poeta e inventore del cinema come sogno, precursore nella tecnica del montaggio e degli effetti speciali. Composizioni originali con grande spazio all’improvvisazione e omaggi ad alcuni grandi del recente passato, sempre nello spirito poetico e visionario di Méliès, con apparizioni, ripetizioni e metamorfosi, esposizioni e dissolvenze, giochi di prestigio, formule magiche e viaggi verso mondi sconosciuti.
  • Lunedì 25 febbraio alle ore 21 al Teatro Metastasio Maria Pia De Vito insieme al suo trio porta in scena Core/Coração, una versione napoletana in chiave jazz delle storie del brasiliano Chico Buarque, tra i più noti autori e interpreti della Bossa Nova ma soprattutto poeta e genio assoluto della canzone contemporanea brasiliana. Mentre la lingua napoletana dona una profondità mitica al cantare gli ultimi, i marginali di una società spietata e egoista che trova redenzione solo nell’amore, il jazz è il veicolo privilegiato del riscatto di popoli aperti al dialogo: nel ritmo, nella danza, nel canto e nell’improvvisazione schiavi, reietti, esclusi tornano protagonisti grazie al meticciato, che investe culture e classi sociali. Un appuntamento realizzato in collaborazione con Musicus Concentus.

Ci saranno poi altri quattro appuntamenti realizzati in collaborazione con la Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi di Prato racchiusi tra gli eventi di METJAZZ OFF:
  • Domenica 3 febbraio alle ore 21 presso la Scuola di Musica Verdi trovano spazio le Storie di giovani talenti con la New Talent Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini che si esibisce in Our Monk. Si tratta di un ensamble nato da un bando della SIAE e dalla collaborazione tra varie istituzioni italiane, tra cui il Teatro Metastasio di Prato, con dodici musicisti, un ospite emergente, un direttore esperto e un repertorio impegnativo e stimolante, quello di Thelonious Monk.
  • Domenica 10 febbraio alle ore 11 presso la Scuola di Musica Verdi in un Incontro con Roberto Masotti - grande fotografo, ma non solo, un generatore di idee, uno stimolatore entusiasta di progetti, un connettore di esseri umani -, si esplorano le Storie in uno scatto entrando nelle pagine di Jazz Area, un libro fotografico edito dalla casa editrice Seipersei che racchiude quasi 50 anni di storia di musica jazz internazionale, con i ritratti di Miles Davis, Keith Jarrett, Archie Shepp, Carla Bley, Sam Rivers, Cecil Taylor, Charles Mingus, Ornette... Si tratta di un testo che si basa su una particolare e necessaria prospettiva autobiografica, parla della vita in musica attraverso i tanti incontri diretti e le infinite occasioni di musica dal vivo, analizza l’idea d’improvvisazione nel suo tipico esprimersi afro-americano e nelle sue trasformazioni europee, è la lente attraverso la quale Roberto Masotti ci parla della sua lunga storia con il jazz.
  •  Domenica 17 febbraio alle ore 21 presso la Scuola di Musica Verdi si intraprende un Viaggio nel suono con il concerto ST()MA di Cristiano Calcagnile, dove “stoma” sta per “bocca” in greco, ma anche per la fessura attraverso cui le piante respirano in botanica, quindi per intersezione, luogo di passaggio. E difatti, una fluidità di stati, dal solido al gassoso, dal liquido ancora al solido, contraddistingue il sound di Calcagnile, che utilizza vari strumenti oltre la batteria, inclusa la chitarra.
  • Domenica 24 febbraio alle ore 11 presso la Scuola di Musica Verdi una Conferenza di Stefano Zenni sulle Storie e immagini del jazz al cinema illustra l’incontro non sempre lineare e felice tra queste due arti e, citando momenti di gloriosa fusione di musica e immagini e grandi equivoci sorti dall’utilizzo di una visione stereotipata del jazzista come artista maledetto (si pensi a Chet Baker) prova a analizzare il modo in cui il cinema ha veicolato una certa idea delle vite dei jazzisti e del significato della musica.

Inoltre, alimentando nel nome del jazz gli “Incroci tra Prato e Firenze”, METJAZZ 2019 ribadisce la collaborazione con il Pinocchio Jazz Club di Firenze e promuove come anteprima del festival il concerto di sabato 2 febbraio alle ore 22 nella sala dello storico locale con Roberto Ottaviano che presenta il suo ultimo progetto ETERNAL LOVE, un omaggio all’Africa, alla sua cultura, alla sua musica e al suo popolo, con una selezione di composizioni di Don Cherry, Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, John Coltrane, Dewey Redman, Elton Dean, e brani originali.
E, anche, a corredo della rassegna, dal martedì 5 febbraio a lunedì 25 febbraio nel Foyer del Teatro Metastasio sarà visibile la mostra fotografica Jazz Poster/dieci variazioni serigrafiche, 1971-1972 di Roberto Masotti, con i poster realizzati e distribuiti nei festival del jazz egli anni Settanta, impreziositi dagli autografia dei protagonisti ritratti.

Il festival è organizzato dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi, Musicus Concentus e Pinocchio Jazz Club di Firenze. Info Teatro Metastasio - tel. 0574.608501 - Cristina Roncucci 0574.24782 (interno 2) - 347.1122817

PREZZI ABBONAMENTO E BIGLIETTI È possibile abbonarsi a partire dal 18 dicembre 2018. 
Chi ha sottoscritto l’abbonamento per la scorsa edizione può confermare la propria poltrona fino all’8 gennaio 2019.I biglietti per i concerti sono in vendita a partire dal 9 gennaio 2019.

PREZZI ABBONAMENTO 4 CONCERTI
Intero > € 60,00 (on-line € 57,00)
Ridotto convenzioni - soci Coop - over 65 - abbonati 18/19 > € 45,00 (on-line € 43,00)
Ridotto gruppi - under 25 > € 39,00 (on-line € 37,00)
PREZZI BIGLIETTI SINGOLI CONCERTI
Intero > € 20,00 (on-line € 19,00)
Ridotto convenzioni - soci Coop - over 65 - abbonati 18/19 > € 15,00 (on-line € 14,00)
Ridotto gruppi - under 25 > € 13,00 (online € 12,00)

PREZZI BIGLIETTI MET JAZZ OFF
Intero > € 7,00Ridotto gruppi - under 25 < € 5,00       
BIGLIETTERIA TEATRO METASTASIOvia Cairoli 59, Prato - tel. 0574/608501Dal martedì al sabato 9.30/12.30 e 16.00/19.00Per il periodo della rassegna, la biglietteria sarà aperta anche il lunedì
BIGLIETTERIA ON-LINE: http://ticka.metastasio.it
CIRCUITO BOX OFFICEtel. 055/210804 
TABACCHERIA BIGIvia Bologna 77, Prato - tel. 0574/462310