mercoledì 21 aprile 2021

 Still Walkin'

Mauro Ferrarese & Trulletto Records




Per quei pochi sfortunati che non lo conoscono ancora, Mauro Ferrarese è un musicista di altissimo livello, uno dei pochi Bluesman in Italia che si possono considerare tale, sicuramente al livello dei nostri fratelli del nuovo continente!

Si è fatto le ossa, musicalmente parlando, come artista di strada durante un lungo e prezioso periodo passato a New Orleans. Per le strade della città più famosa del Mississippi, considerata la capitale della rivoluzione musicale di tutto il '900, Ferrarese riscopre il Blues e la musica popolare d'oltreoceano. Ne rimane inevitabilmente rapito e presto non la considererà solo un'infatuazione ma una vera missione, che integrerà in uno intenso stile di vita “da uomo di Blues” .

Negli anni il suo repertorio segue le impronte dei grandi padri del blues rurale, del Delta e Texas Blues, Ragtime, Gospel e delle canzoni Folk di W. Guthrie, H. Williams, J. Rodgers ed ai tradizionali dell'epoca.

Partecipa ad alcuni Blues festival nazionali (Pistoia, Macallè) , ma è un musicista "on the road" in senso stretto, come lui stesso spesso ha dichiarato ... "la strada e il migliore palcoscenico per un uomo di blues", se lo volete ascoltare dal vivo lo potete raggiungere in uno dei tanti appuntamenti nei vari busker festival: Bergolo, Ferrara, Schio, Lugano e Galvay.




L'album è stato registrato da Mauro in stile “home recording” , nel febbraio 2021, e co-prodotto con la giovanissima label pugliese Trulletto Records , che ha curato il mix e il master, e si occuperà anche della distribuzione. Il disco è stato pubblicato intorno al 20 aprile, ed è disponibile su supporto fisico e digitale sulla piattaforma bandcamp.

Questo disco, anche se Ferraresa ha ancora tanto da dire, è un pò il passaggio del testimone alle nuove generazioni, la Trulletto è abitata da giovani e motivati artisti che si rivolgono proprio a quei generi acustici che vengono interpretati nell'album. Come in una lezione, nel vecchio stile orale, Mauro si esibisce svelando quei trucchi, non imitazioni o manierismi, tipici del linguaggio chitarristico del Blues. Non mancano i bassi stoppati, i tempi spezzati, il fingerpicking e lo strumming percussivo tipico dei maestri d'ascia vissuti sulle rive del grande fiume. Utilizza il Dobro [1], una particolare chitarra con risuonatori conici realizzati in metallo, lo strumento prediletto dai Bluesman per suonare in strada o nei locali senza amplificazione, proprio per il suo “enorme volume”! ... Si accompagna anche con il piede o con il tamburello, in pieno stile “on the road.




Inutile dirvi che i brani, quasi tutti originali, sono polverosi ed asciutti, trasudano di tradizione, sono talmente intensi e penetranti che vi sembrerà di averli già ascoltati, non sono rivisitazioni o delle cover, anche se “reinterpretare” è l'elemento tipico di chi fa Blues, che ancora oggi viene utilizzato dagli Africani Americani nel Rap ed in altre forme musicali, essi rappresentano un racconto sonoro che descrive un intenso vissuto ben assimilato dall'artista, che si esprime con grande personalità e rispetto.


Durante l'ascolto si possono apprezzare tutti quegli elementi che Ferrarese ha maturato negli anni, la sua voce ha preso i colori della terra arida di Clarksdale, diventando sempre più graffiante e corposa, la chitarra viene “energicamente accarezzata” creando argentei sferragliamenti che ricordano le corse folli dello Yellow Dog, il piede batte veloce come le fughe degli schiavi che fuggivano dai campi di cotone alla ricerca della libertà !!!


Un album che pochi potevano riproporre nel nuovo millennio con tanta professionalità e competenza, a distanza di almeno 100 anni dalla nascita del Blues possiamo vantare una collaborazione “nostrana” di altissimo livello e di grande passione.




https://www.trullettorecords.com/


Nota[1]


Il Dobro è una particolare chitarra con risuonatori conici realizzati in metallo, con la cassa in legno o in ottone, è uno strumento tipico delle Hawaii, nato alla fine degli anni venti proprio negli Stati Uniti, dalle mani di un emigrante slovacco John Dopyera, ed utilizzata con l'accordatura spagnola in Sol aperto, importata dai marinai spagnoli di stanza sulle isole. Vieniva suonata con la tecnica chiamata slide (scivolare), nella versione Hawaiana lo strumento veniva appoggiato in orizzontale sulle gambe, mentre la mano destra pizzica le corde la sinistra impugna una barra di acciaio che si lascia scorre sulle corde per modularne l'intonazione, sembra che questo modo di suonare sia stato introdotto da alcuni braccianti agricoli emigrati dall'India, i quali riproponevano la tecnica della vichitra veena.

Mentre i Bluesman imbracciavano la chitarra nella maniera tradizionale, usavano l'accordatura spagnola ed altre “OpenTuning”, pizzicavano le corde con la mano destra e infilavano nell'anulare della sinistra un “Bottle Neck”, un collo di bottiglia, o un tubo di ottone, oppure impugnavano una lama di coltello, che lasciavano scorrere sulle corde per suonare le melodie.

 

XYQuartet

QuartettoQuartetto





Il nuovo album di nusica.org: QuartettoQuartetto, pubblicato a dicembre 2020 con la rivista JazzIt , è un inedito progetto nato dalla sinergia tra la band XYQuartet e il Conservatorio di Musica di Vicenza Arrigo Pedrollo.


XYQuartet è uno dei gruppi più apprezzati della nuova scena del jazz italiano. Con alle spalle tre incisioni e numerosi prestigiosi concerti in Italia e all’estero è stato premiato nel 2014 e nel 2017 come secondo miglior gruppo italiano nel sondaggio della critica indetto dalla rivista Musica Jazz.


Il progetto nasce nel 2011 a Nordest, tra Veneto e Friuli, dall’incontro di due identità artistiche complementari, quelle del sassofonista Nicola Fazzini e del bassista Alessandro Fedrigo che creano, con il vibrafonista Saverio Tasca e il batterista Luca Colussi, una musica scritta, originale e innovativa, provvista di profonda coerenza e omogeneità, attraversando diversi linguaggi musicali e artistici aggiornandoli alla contemporaneità, esplorando nuove strade compositive con un approccio curioso, ‘oltrejazzistico’.




Dal 2011 la band ha realizzato numerosi concerti e tour in Italia e all’estero esibendosi su palchi prestigiosi: dalla Casa del Jazz di Roma al noto Torrione Jazz Club di Ferrara, passando tra gli altri

anche per Umbria Jazz, Novara Jazz, Foligno Young Jazz, Ambria Jazz, Gallarate Jazz Festival, Valdarno Jazz, Centro D’Arte di Padova, Pisa Jazz e molti altri. Ma la musica di XYQuartet sta recentemente valicando il confine italiano con concerti in Austria, Germania, Slovenia, Ungheria, Polonia, Spagna, Francia e Belgio.






L'album QuartettoQuartetto è un ampio e originale lavoro di orchestrazione di celebri hit degli XYQuartet, riarrangiati dalla band e dal compositore Gianmarco Scalici. Sei brani storici del gruppo Titov, Malcom Carpenter, Spazio Angusto, Vale Vladi, Consecutio Temporum, Pax Vobiscum e due inediti No Evidence, Essential.


Registrati ed eseguiti insieme a quattro musicisti del Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, impegnati con un’ampia varietà di strumenti a percussione. Nasce così un progetto sinergico e d’avanguardia, per un disco di grande colore e dinamiche estreme, di forte impatto sonoro e scenografico. Gli otto musicisti danno vita a un disco pensato per indagare nuove soluzioni timbriche e ritmiche, in cui marimbe, gong, campane tubolari, archi, timpani colorano gli otto brani dell’album.




Se l'intento era quello di lasciare libero sfogo all'immaginazione di chi ascolta allora è stato ampiamente superato. Durante l'ascolto vengono in mente figura fantasiose e ricche di colori, qualcosa che rimane sempre un po astratto ed etereo, le suggestioni emotive che provoca sono ben definite.

Il continuo cambio di ruoli tra arrangiatori ed interpreti garantisce una ricca varietà di punti di vista, di percorsi e di riflessioni che possono soddisfare l' intelligenza di molti.

Le colorate dinamiche si intrecciano con le complesse e discorsive poliritmie, abbinate alle frequenti mutazioni del passaggio sonoro sono talmente stimolanti che difficilmente ci si annoia o perde durante l'ascolto.

Nonostante l'ampio uso di arrangiamenti e parti scritte si ha comunque la suggestione di un continuo interplay estemporaneo, si ha l'impressione di un energico collettivo, come quelli che purtroppo non se ne sentono più spesso !!!


https://www.musica.org/





domenica 18 aprile 2021

 Jar'a

Paolo Angeli




Paolo Angeli è l'artista che più di ogni altro al mondo abbia sublimato l'arte, egli steso è diventato parte integrante, il cuore, del suo “manufatto” artistico. Nato nell'isola dei giganti, ai piedi di un faro, non ha mai smesso di seguire il sole che scende all'orizzonte, sfuggendo dallo stordimento delle ombre e rimanendo sempre sotto la luce e il calore della creatività.


Come Ulisse ha viaggiato per i mari del destino, nutrendosi di tutte quelle emozioni che innalzano e arricchiscono lo spirito, non c'è genere musicale e cultura che non abbia attraversato con rispetto e dedizione, ma quello che più lo ha resolo libero è stata la sua tradizione.


Pochi sanno che il passato, la tradizione, è la chiave del futuro! ... lui l'ha scoperto in fretta ed è riuscito a spalancare porte che pochi sono riusciti ad aprire, percorrendo liberamente più percorsi creativi e cesellando un gesto artistico estremamente personale.


Paolo Angeli riesce in un solo istante, senza essere incomprensibile, ad esprimere un immagine complessa ed articolata di se, lo potremmo osservare in tanti modi, egli è una scultura o meglio un'istallazione sonora, un ricercatore o navigatore di emozioni, un suono etereo e vibrante, un fotogramma in continuo mutamento e tanto altro …





Negli anni ha creato una musica e un modo di fare musica che lo hanno spinto a diventare egli stesso strumento musicale, si perché lui è parte integrante della sua creatura sonora chiamata “chitarra sarda preparata”, con la quale ha stretto un rapporto viscerale e creativo senza precedenti.




In quest'era pandemica e dopo tanti anni di base a Barcellona Paolo ha decide di compiere un'ulteriore “SATORI” tra i luoghi della sua terra, in cerca di un'identità sempre più assetata di sapere, dal quale è nato il suo nuovo album “Jar'a”.



Il risultato è un viaggio mistico e trascendentale, le suggestioni corrono lontane, dai canti in "RE minore" del mediterraneo prosegue per la via della seta, accompagnato dai "canti armonici" degli antenati si spinge fino all'estremo oriente. Al ritorno, passa per il Bosforo esplorando gli "arabeschi" paesaggi del Medio Oriente, si perde tra il magico labirinto dei rituali "ritmici e tribali" dell' Africa più profonda, per poi tuffarsi di nuovo nel “Mare Nostrum” ed raggiungere quel faro da dove è iniziato tutto.


Circumnavigando la sua storia Paolo ci regala un meraviglioso diario sonoro, nudo e senza filtri o correzioni, schietto e dolce, triste e romantico. Ci racconta dei suoi viaggi, delle persone che ha incontrato, dei luoghi che ha visitato e degli scambi culturale che non si possono comprare a buon mercato, li dove il virus digitale della globalizzazione non riuscirà mai ad impiantare il suo tarlo !!!






Come ogni progetto a cui Paolo ci ha “viziati”, l'album è curato in ogni suo aspetto, la grafica e la ripresa sonora sono di altissima qualità, consigliatissimo l'ascolto in cuffia !!


Non mi dilungo su altre informazioni che potete facilmente reperire nel suo sito web https://www.paoloangeli.com/news/



“...anche perché ho fretta di riascoltarlo, buon viaggio a tutti !!!”

martedì 6 aprile 2021

Cyclic Signs

Auand Records






Lo scorso 19 marzo la Auand Records ha pubblicato il primo album da leader di Enrico Morello, giovane e talentuoso batterista romano che tra le varie collaborazioni può vantare la sua partecipazione, da circa sei anni,  nella formazione stabile nella band di Enrico Rava. Per il suo "Cyclic Signs" Morello decide di coinvolgere Francesco Lento alla tromba, Daniele Tittarelli al sax alto e Matteo Bortone al contrabbasso, tutti musicisti ed interpreti creativi che si immergono totalmente nei brani composti dal leader.

Per stessa ammissione di Morello questo album ha avuto una lunga gestazione, maturato negli anni di intenso studio e durante il lungo periodo di lavoro sul campo. Oltre alla musica Enrico vuole trasmettere anche sensazioni e aspetti non esclusivamente musicali...


«Nella necessita di tradurre in musica questi concetti sono partito dall’elemento a me più congeniale, il ritmo, cercando di sovvertire la prevedibile logica del tempo metricamente organizzato tracciando percorsi inattesi, multiformi e compositi, con l’intento di restituire all’ascoltatore la sensazione di sorpresa e disorientamento che si prova quando ci si affaccia alle finestre dell’ignoto.»




«L’utilizzo di un organico asciutto e costituito da strumenti prevalentemente monodici consente uno sviluppo polifonico del materiale tematico e lascia che la musica scaturisca dal silenzio come dei gesti pittorici su una tela bianca. Ho concentrato le mie energie nel dare risalto alle specificità armoniche dei brani attraverso un’accurata conduzione delle diverse voci che determinano l’intreccio polifonico. Seguendo questi principi, le gravità armoniche, seppure non esplicite, mantengono un ruolo centrale nel disegno globale delle composizioni e ne determinano ambientazioni cangianti. Queste scelte mi hanno condotto all’esplorazione di paesaggi sonori archetipici, essenziali dal punto di vista timbrico ma complessi ed articolati nella loro manifestazione corale, in questo non dissimili da alcune produzioni di musica tradizionale dell’Africa centrale che sono state fonte inesauribile d’ispirazione durante tutto il mio percorso d’investigazione creativa.»





Come potrete costatare dalle risposte che Enrico ci ha concesso nell'intervista ne emerge il profilo di un uomo molto concentrato nella professione del musicista, ma anche estremamente creativo ed originale nella pratica artistica della sua professione. Umile e curioso ha saputo produrre un album di altissimo livello, anelando una seri di brani complessi ma allo stesso tempo godibilissimi, esponendo una scrittura articolata che rispecchia con trasparenza la sua personalità. Un artista maturo con i piedi ben piantati a terra che ha fatto della sua vocazione un appassionata professione che conduce con intelligenza non comuni.



Come è nata la tua passione per la musica e perché hai scelto la batteria?

Ho avuto la fortuna di essere cresciuto in un ambiente musicale, i miei genitori amano la musica e la praticano (anche se non professionalmente) da quando sono nato. Quindi in casa mia ci sono sempre stati strumenti musicali di ogni sorta e la batteria non era uno di quelli. Probabilmente la scelta di questo strumento è stata in parte motivata dalla curiosità. È stato un gioco per me, un bellissimo gioco, fino all’adolescenza; periodo in cui ho realizzato di voler vivere di musica e mi sono messo a lavorare in quella direzione.


Quando hai iniziato già pensavi di diventare un jazzista?

Quando ho iniziato a suonare (intorno ai nove anni) direi di no. A quel tempo il mio riferimento assoluto ed incontrastato era Ellade Bandini, batterista importantissimo per la storia della musica pop italiana. Questa passione per Ellade è strettamente legata alla mitologica (almeno per me) figura di Francesco Guccini, cantautore (o cantastorie, come ama definirsi lui) che ho sempre adorato ai limiti del fanatismo e che ancora ascolto con grande coinvolgimento, il mio mito giovanile se vogliamo dirla così.
Il jazz è arrivato intorno ai 13-14 anni, quando ho iniziato a frequentare la Scuola Popolare di Musica di Testaccio.








Come è stato formarsi presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio in Roma?

Era, ed immagino lo sia ancora, una scuola molto incentrata sulla comunità e sui laboratori di musica d’insieme. Oltre ad aver imparato i primi rudimenti del mio strumento grazie ad un paziente e dedito insegnante (Massimo D’agostino) ho cominciato a frequentare miei coetanei interessati al jazz, alcuni dei quali hanno continuato, negli anni, una bellissima carriera da professionisti (Luca Fattorini, Federico Pascucci, Francesco Fratini). Posso, in fine, dire di essere stato molto fortunato ad aver avuto insegnanti non solo validi ma sufficientemente appassionati da trasmettermi il seme della curiosità per questa musica. A proposito di questo vorrei citare in particolare Piero Quarta, Antonello Sorrentino ed un grandissimo musicista che purtroppo ci ha lasciati troppo presto: Maurizio Lazzaro.


Quali sono stati i tuo idoli della formazione?

Oltre ad Ellade Bandini, direi che per quanto riguarda il “jazz” sarebbe riduttivo fare qualunque tipo di selezione in termine di ascolti ed influenze. Posso dire che ci sono state altre figure molto importanti per la mia formazione, ad esempio Marco Valeri (batterista romano che ho sempre adorato e con il quale ho intrattenuto lunghe conversazioni sempre illuminanti) così come molti musicisti attivi della scena romana di qualche anno fa dai quali ho imparato tantissimo, e non sto parlando solo di batteristi…ben inteso. Senza il loro stimolo propositivo forse oggi non sarei qui a fare questa intervista.


Da circa sei anni sei uno dei “ vampirizzati” nel gruppo stabile del Maestro Rava, com'è lavorare con una delle legende viventi del Jazz Nostrano ?

L’ho sempre vissuta con grande serenità. Sono orgoglioso di far parte della sua formazione stabile da così tanto tempo ed inutile dire quanto si possa imparare da una figura come quella di Enrico anche solo scambiandoci due chiacchiere. Chiunque ha avuto il piacere di incontrarlo potrà confermare.






Quali sono i luoghi e le persone che ricordi con più affetto durante i tour in giro per il mondo?

Domanda interessante!
È molto difficile rispondere, intanto perché ho una memoria pessima in generale ed ogni tanto affiorano ricordi dei bei momenti qua e là, persone incontrate ed esperienze vissute. Credo di essere attratto maggiormente dalle piccole realtà in cui lavorano persone vere, spesso senza aiuti statali o cose del genere. Quando ti imbatti in queste realtà ti rendi conto di quanta passione ci vuole per mettere su una macchina organizzativa che abbia come fine ultimo la proposta culturale volta a contrastare l’appiattimento e la mediocrità. Per fortuna in Italia ci sono molte associazioni di persone virtuose in questo senso e, in genere, sono anche le più meritocratiche. Solo per rimanere in ambito romano potrei citare l’Agus Jazz Collective e i ragazzi del “Quadraro In Jazz”.


Quando e perché hai deciso di comporre un intero disco?

Sono diversi anni che penso di scrivere musica mia ma ho sempre fatto i conti con un’estrema pigrizia e con il fatto di non sentirmi sufficientemente “a posto con me stesso” da espormi in prima persona.
Oggi credo di aver accumulato una serie di esperienze che mi hanno aiutato a trovare una sintesi di ciò che mi interessa e di poter esprimere nel modo più sincero possibile una visione che sia mia.
Questo non significa che abbia trovato il “centro di gravità permanente” ma forse è l’inizio di un percorso di accettazione; il disco deve essere una fotografia di un momento ed è auspicabile che il processo di evoluzione personale sia costante e non si fermi mai.



Nella video intervista con S. Zenni si ironizza sul fatto che i batteristi non sanno o non sono interessati agli aspetti armonici di un brano. In realtà esistono, almeno nel jazz, molti batteristi compositori mentre ci sono pochi strumentisti che sanno interpretare il tempo come un batterista, cosa ne pensi?

Che dire…camminiamo in un campo minato di luoghi comuni. Io ti posso dire di aver avuto la fortuna di incontrare lungo il mio percorso sia formativo che professionale musicisti che mi hanno aperto gli occhi sulle infinite possibilità di elaborazione ritmico-metrica e pochi di loro erano batteristi. Allo stesso tempo ho conosciuto batteristi che compongono divinamente e che hanno una visione musicale a 360°. Non credo si tratti di fortuna o di casualità.


Anche se ho sentito la mancanza di una voce intermedia tra la tromba e il contrabbasso, possibilmente alternando il contralto con un tenore, ho percepito molta complicità da tutti i componenti della band, come hai scelto la formazione e come hanno accolto le tue composizioni?

Ho scelto dei musicisti che fossero in linea con la mia visione ed una certa estetica. Questo ha reso tutto molto più semplice. In oltre ho chiamato in causa persone verso le quali nutro una stima incondizionata sia di tipo intellettuale che prettamente musicale, questi presupposti hanno facilitato un processo di scambio costruttivo. La mia musica è stata accolta professionalmente, fin dalla prima lettura ho sentito che con una band di quel livello avrei potuto tirare fuori tutto quello che volevo, ed ho cercato di farlo nel miglior modo possibile.





Sempre con Zenni si parla di Steve Coleman e dei ritmi africani, in realtà io ho percepito certe atmosfere “armolodiche” del primo Ornette Coleman, ma anche alcune sfumature “concrete o contemporanea” molto affini al lavoro di Anthony Braxton. A cosa o chi ti sei ispirato per comporre i brani del disco?

Sono tante le influenze, sicuramente Steve Coleman è una di queste ma non è l’unica appunto. Sono, ad esempio, molto interessato al lavoro di Vijay Iyer, Steve Lehman, Mark Turner, Jonathan Finlayson, Liberty Ellman, Kris Davis, Drew Gress, Dan Weiss, Tim Berne, Ralph Alessi, Craig Taborn, Miles Okazaki, Tyshawn Sorey, Ambrose Akinmusire…per citare alcuni contemporanei. Sui grandi maestri direi che nel mio lavoro si trovano sono sicuramente echi di Ornette, McLean, Rollins, Byard, Monk, Threadgill, Davis, Shorter ed infiniti altri.


Sei interessato anche ad altri aspetti legati alla musica, ad esempio le sue affinità con le discipline scientifiche come le matematica e la geometria, ma anche al suo potere psicologico?

Ne sono senza dubbio affascinato e cerco di leggere ed informarmi sempre di più al riguardo ma chiaramente si aprirebbero porte talmente vaste che forse esulerebbero dal contesto dell’intervista.


Sei nato del 1988 quando il jazz aveva preso percorsi molto lontani dalle sue radici mescolandosi al rock ed all'elettronica, oggi si è ritornati ad un approccio più acustico. Sicuramente i tuoi ascolti sono stati anche di altro genere, cosa ti piace ascoltare? … suoni altri generi musicali?

Ti stupirò. A differenza di molti (quasi tutti) miei coetanei non ho un passato nel rock. Non è una cosa di cui vado fiero ma sicuramente è la verità. Come già accennato sono cresciuto fra la canzone d’autore, repertori di musica popolare e jazz…questo è il mio background con il massimo della trasparenza. Negli ultimi anni è subentrato un interesse per la musica delle avanguardie del ‘900 e la mia curiosità per la tradizione popolare italiana si è estesa ad un interesse per le musiche folcloriche del mondo, in particolare quella africana.


Sperando che questo momento storico si risolva il prima possibile, quali sono i tuo progetti per il futuro?

Portare in giro “Cyclic Signs” sarà la mia priorità. Per il resto spero di riprendere la mia solita attività da sideman con le band che mi vedevano coinvolto direttamente prima della pandemia e, anche in questo versante qui, ci sono molte novità in arrivo!





www.enricomorello.com

https://auand.com/


brani

01 The Forest People
02 Persephone's Dance
03 Sometimes, During The Night
04 What Happened On The Road
05 Walking Together
06 Drills In My Brain
07 Tales De Hadas
08 Playful
09 Natural Movement
10 Quite Close
11 Ghost Truck
12 The End Is The Beginning


Artistic producer: Enrico Morello

Executive producer: Marco Valente

Inner photos by Anita Martorana

Graphic designer: Riccardo Gola


domenica 21 marzo 2021

 Armonia pratica per il chitarrista jazz

Enrico Bracco - Marco Acquarelli
(Edizioni Sinfonica)






I due insegnanti/chitarristi, proprio per esigenze didattiche,hanno compilato un metodo per lo studio e la pratica dell'armonia Jazz sulla chitarra. L'esigenza principale è quella di chiarire come vengono costruiti gli accordi e la loro corretta denominazione, anche perché spesso si cade in simbologie poco chiare o comunque equivocabili. 






Poi si passa alle loro possibili diteggiature sulla tastiera, ben illustrate nelle griglie, affiancate anche dagli esempi sul pentagramma e sulla tastiera del pianoforte.


Ci sono anche degli esercizi pratici che illustrano alcune progressioni armoniche nelle quali il fruitore può sbizzarrirsi con le varie strade indicate dal testo, entrando così anche nel vivo di quelle che possono essere le possibili strategie dell'improvvisazione.





Dopo averlo studiato attentamente, il metodo può essere un ottimo prontuari da consultare durante lo studio delle composizioni, per creare voicing e change chords, ma anche per le proprie composizione e le possibili armonizzazione di una singola melodie.




L'unico neo è la rilegatura del volume, non avendo gli anelli è quasi impossibile da posizionare sul leggio, per il resto è ben organizzato e di facile consultazione.


"Quando si mette a disposizione la propria esperienza e lo si fa con estrema competenza e passione è sempre un ottimo stimolo per le nuove generazioni !"


www.sinfonica.com


Canali YouTube:


Enrico Bracco 

https://youtube.com/channel/UCPGEWrCG4P8q2y4YqCgIDcA


Marco Acquarelli

https://youtube.com/user/karibu1205

martedì 16 febbraio 2021

 The Mountain Sessions 

Blues & Guitar Excursions





Roberto Menabò è una delle figure più attive e molto seguite nel panorama musicale italiano, per tutti gli appassionati di Blues, Cowntry Blues, Fingerpicking e American Primitive Guitar lo conosce. 

Non è solo un eccellente chitarrista acustico ma un vero e proprio divulgatore di questi generi musicali.

I suoi libri, come i suoi dischi, sono il frutto di una passione che coltiva da molto tempo. Nel corso degli anni le sue ricerche storiche sono state raccolte nel romantico e dannato “Rollin' and tumblin'. Vite affogate nel blues”, ma anche nel controverso “Il Blues ha una Mamma Bianca”, l'anticonformista “MESDAMES A 78 GIRI " ed il libro biografico "John Fahey". 


Mentre la passione per la chitarra lo ha porta all'incisione di “A bordo del Conte Biancamano” , “LAUGHING THE BLUES”, “IL PROFUMO DEL VINILE “ e quest'ultimo “The Mountain Sessios”.




Quello che mi impressione del Menabò è la capacità di mantenere e trasmettere un entusiasmo giovanile, mentre le figure del passato invecchiando perdevano di grinta, lui sembra sempre quel ragazzo curioso e dinamico dei primi tempi.

Quando si entra in contatto con le sue opere si viene catapultate i un fantasioso mondo senza tempo, dove la gente vola sui treni a vapore o sfreccia su antiche navi d'acciaio, le persone si salutano con una vigorosa stretta di mano e non si cura di chi sei o cosa rappresenti, l'importante è convivere e condividere!!!

Il disco, come poi ci confermerà l'autore nell'intervista, è il classico "buona la prima!" ... quei dischi che la Sun Records pubblicava uno o due al giorno, dove dovevi essere veloce ad inventare nuovi pezzi altrimenti c'era sempre un altro pronto a prendere il tuo posto. 

Per fortuna Roberto non ha tutta questa fretta, si concede i suoi tempi per organizzare …” io arrivo sempre preparato! Poi cambio qualcosa in corso d'opera però di massima so caso devo fare” … ed impila quattordici brani di grande respiro. Quasi come un concept album non si percepisce una reale differenza tra i brani originali e quelli presi in prestito, forse perché i primi sono figli legittimi dei secondi e i secondi sono stati talmente interiorizzati da renderli propri! 

Il disco è di piacevole ascolto, una presenza gradita con la quale bere un bel sorso di Whisky !!!





Come procede la pubblicazione del tuo nuovo disco ?

Bene, qualche recensione qua e la .. sai il periodo non aiuta, aspettiamo di fare qualche live e di ritornare alla normalità. La situazione è preoccupante , questa cosa che non si può andare al teatro o ad un museo, di fare cultura … non vorrei che la gente si abituasse!!

Quando ci siamo sentiti, prima della pubblicazione, mi avevi detto che volevi trasmettere un forte senso dinamico!

Si ... come la corsa di un treno !!! (… mettete le cinture !)




Viste le restrizioni, come hai organizza le registrazioni?

In realtà volevo registrarlo molto prima, ma con il lockdown ho dovuto aspettare. Nel frattempo mi sono preparato esercitandomi molto, cosi come ce n'è stata la possibilità abbiamo organizzato tutto in un sabato. Volevo un'atmosfera tipo house concert! … eravamo solo io e il fonico. Non ho fatto ripetizioni o copia e incolla , per me era buona la prima , in alcuni ho improvvisato, solo in uno ho sovrapposto una slide e in un altro la voce. L'importante era mantenere un effetto di spontaneità, come le registrazioni di una volta, un suono che mi porto dietro da sempre!





Come hai scelto i brani da incidere ?

Fanno parte del mio repertori, alcuni sono delle mie composizioni originali, gli altri li ho collezionati nel mio percorso musicale, pezzi che so suonare e che mi vengono bene, di autori bianchi e neri senza distinzione, non amo schierarmi, credo che ognuno abbia saputi dare un sostanziale contributo, se era bravo non ere importante il suo colore della pelle!

Volevo un effetto di leggerezza, non che il Blues sia un tema leggero, però volevo uscire da certi demoni della sofferenza, anche perché non c'è più nessuno che lavora nei campi di cotone, oggi i problemi sono altri e accomunano tutti. Così, senza riesumare vecchi stereotipi, ho voluto mettere in risalto l'aspetto più spensierato, cercando di creare un suono sciolto, allegro e che trasmettesse positività.

Nonostante le numerose pubblicazioni discografiche ed editoriali non hai mai pensato di dedicarti a tempo pieno al mestiere del musicista, questo ti ha dato la possibilità di poter scegliere al di fuori dai schemi commerciali?

Adesso non ho questo problema perché ho smesso di lavorare. Si nella vita per professione mi sono dedicato ad altro anche se comunque per scelta ho sempre preferito stare ai margini. Io sono un po Anarchico, ho i miei tempi e mi dedico alla mie passioni !


Nonostante hai pubblicato dischi di sola chitarra non ti identifichi in quel genere di chitarristi, con la casa piena di strumenti, sempre alla ricerca del suono giusto?

Ma sai questo dipende da tante cose, c'è anche il lato economico da valutare, se uno ha la possibilità forse fa qualche investimento ma io ho quelle due o tre chitarre con le quali suono da sempre , una mi accompagna da più di quarant'anni! … mi piace il loro suono non ho bisogno di altro.


Mi dicevi che anche tuo figlio suona !

Si, è uno dei tanti ragazzi che ha studiato al conservatori e che oggi si vede tappare le ali perché non gli vengono offerti sbocchi professionali. Questo prima e maggiormente adesso in questo periodo pandemico è un problema che andrebbe risolto alla svelta!


E' prevista una collaborazione padre e figlio?

Adesso non è in programma, lui è appassionato di Jazz e Swing Manouche, fa le sue cose e io le mie , forse in futuro … tutto è possibile!!

La situazione non è promettente, anche il nostro Menabò, un accanito ottimista, lascia trapelare alcune perplessità per il futuro. Però vi garantisco che il suo album è un ottimo antidoto per evadere dai pensieri negativi !!! 

lunedì 8 febbraio 2021

 

TEMPI STRAORDINARI





"Tempi Straordinari" è l'ultima fatica a firma di Andre Ayassot con il progetto Quilibrì. E' composta da un libro ed un CD, prodotti dall'ormai temeraria AUAND recordes che da 20 anni ci ha abituati a cambi di rotta e publicazioni discografiche di vario genere, senza mai deludere le nostre aspettative.

Il libro è una sorta di diario dove Ayassot ci svela quali sono state le sue ricerche musicali di questi ultimi anni. Senza svelarvi troppo sul contenuto del testo vi dico solo che :

… è un ottimo approccio allo studio ritmico derivato dall'analisi delle frequenze armoniche!




Sembra complicato in realtà è più difficile da spiegare che da rappresentere, infatti all'interno dell'opera troviamo numerosi esempi grafici per comprende meglio come questo nuovo metodo si è sviluppato e come si possa applicare alla composizione e all'improvvisazione.

Per migliorare ulteriormente la comprensione del metodo c'è anche il CD, dove si posso ascoltare alcuni brani concepiti utilizzando questa singolare pratica musicali. Ad interpretare i brani troviamo gli altri componenti della band Quilibrì, tutti interpreti e compositori di altissimo livello nonch'è complici di questa grande apertura Mentale/ Musicale che aleggia nell'intero album.

Per dare maggiore creatività e trasmettere il livello di tutte queste informazioni troviamo anche le illustrazioni di Luca Storero. Il quale , con grande sensibilità e intuito, ha saputo rappresentare quello che è il pensiero astratto di Ayassot.





La prima e unica volta dove ho potuto ascoltare dal vivo Andrea Ayassot è stato all'Auditorium Parco della Musica di Roma, con il progetto in trio di e con F. D'Andrea. In quella magica serata i due, assieme al Dj Rocca, hanno registrato del vivo l'album Franco D'andrea Electric Tree .

Sono rimasto subito colpito dalla postura e dai suoni che Ayassot ricavava dal piccolo sax, sembrava quasi parlare, bisbigliare o sospirare, cose che non avevo mai visto o sentito fare prima.

Nonostante sul web non si trovino molte informazioni su di Lui, ho potuto farmi un'idea della sua personalità trami le affermazioni e la stima di artisti che lo hanno conosciuto o con cui ha collaborato. 

 Nell'intervista ho apprezzato l'ironia e la modestia di un uomo già ad alti livello che non rinuncia a porsi altre domande o ad affrontare nuove sfide.






 Il tuo modo di suonare il sax è strettamente personale, non ho mai sentito quel tipo di suono in nessun altro, forse qualche similitudine ma mai così distintivo, sembra quasi il prolungamento della voce umana, come lo hai ottenuto, hai studiato in qualche scuola oppure sei prevalentemente autodidatta?

Ho studiato con molti insegnanti, dai primi anni ’80 (quando ero già grandicello perché sono del’64): al Centro Jazz ed alla scuola civica di Torino, ai conservatori di Bologna ed Alessandria (dove mi sono diplomato in sassofono classico), ad Umbria Jazz e ancor più a Siena Jazz, ai seminari che per anni ha tenuto Steve Lacy (a volte con Mal Waldron) in Liguria. Ho iniziato con il tenore e i miei modelli erano tanti, tutti tenori, soprattutto Coltrane e Joe Henderson. Per questo motivo, quando mi è stato imposto il contralto per il diploma di sassofono,ero molto contrariato; per di più mi venivano chieste una impostazione ed un suono molto diversi.Però a quel punto mi sono accorto di poter immaginare un suono che sul contralto non avevo mai sentito, e che non ero sicuro si potesse ottenere: quando (credo tipo nell’ 89) a Nizza ho sentito il“primo” Kenny Garrett in un concerto di Miles, mi è sembrato molto simile alla ‘meraviglia che andavo fantasticando. Fra me e me lo dipingevo anche come ‘il suono che avrebbe avuto Lacy sull’alto’, anche se mi rendo conto che possono sembrare (e sono) cose molto diverse.

Mi sembra di aver capito che sei più affine alle lunghe collaborazioni che a frequentazioni occasionali, penso alla tua collaborazione con Franco D'Andrea, come vi siete conosciuti e cos'è che vi unisce da così tanto tempo?

Ho incontrato Franco ad un suo breve seminario a Torino, lui ha fatto degli apprezzamenti ma non avrei certo immaginato che mi avrebbe chiamato in un suo gruppo, e quando l’ha fatto non potevo sperare che sarebbe durato. Mi piacerebbe ricominciare da capo, ritentare di essere all’altezza.Franco mi ha a volte raccontato di aver apprezzato il suono, come suonavo gli standard (anche se non ho mai amato particolarmente suonarli), e il fatto che il mio modo di suonare lasciasse spazio a quell’interplay che gli interessava. Quest’ultima cosa interessava particolarmente anche a me, che avevo la meravigliosa sensazione che la musica cambiasse in ogni istante a seconda di quello che suonavo (come parlare con qualcuno che ti ascolta, oltre ad avere cose interessanti da dire),mettendolo nella luce migliore.

Non ti chiedo di ripetermi quello che già è ampiamente scritto ed illustrato sul libro, mi interessa sapere cos'è che ha generato in te il concetto di Eufometrie “armonie del tempo”, la curiosità,un'intuizione, un'associazione di idee oppure è il frutto di un tuo metodo di ricerca?

E’ un caso particolare, un po’ buffo. Avevo preso atto del fatto che l’orecchio umano riconosce come suoni le frequenze comprese tra i 16-20 ed i 16-20.000 Hz; mi pareva anche che le pulsazioni (per esempio di un motore),accelerando, ‘sfumassero’ progressivamente in un suono (magari attraverso prima una specie di ronzio) più o meno intorno a quelle stesse frequenze basse; perciò davo per scontato che ci fosse una specie di continuità, pur con una zona d’ombra, e mi pareva ovvio che le terzine corrispondessero alle quinte.

Mi è parso però ad un certo punto strano che questo non si dicesse chiaramente nei libri e nei corsi di teoria, e che non si estendesse ad ogni intervallo. Addirittura non trovavo musicisti, di nessun genere, a cui la cosa apparisse naturale e sensata. Ero dunque un po’ confuso, quando finalmente ho scovato ‘Nuove risorse musicali’ di Henry Cowell, poi in rete hanno iniziato ad apparire dei video che parlavano di questo

(ad es. https://www.youtube.com/watch?v=JiNKlhspdKg&feature=youtu.be).

Anche con QUILIBRI’ sei affiancato da musicisti con i quali collabori da anni, è stato complicato introdurli agli Aforitmi, oppure era qualcosa sul quale avevate già lavorato ?

L’esplorazione sistematica di tutti gli intervalli che c’è in ‘Tempi straordinari’ è già iniziata nei dischi precedenti (‘Note dei tempi’, del 2017, ‘Il drago è astratto’, del 2011, e perfino in ‘Eco fato’del 2009 ci sono già tracce in quella direzione. Addirittura ‘Il drago è astratto’ si intitola così perché sentivo che ‘il dado era tratto’, proprio in quel senso)

Nel comporre i brani di questo CD, gli accordi o le scale utilizzate hanno o non hanno influenza sulla scelta dell'intervallo che viene scelto per le poliritmie ?

(es. se utilizzo un accordo o scala maggiore non necessariamente devo utilizzare un tempo “5 su 4”)

I brani sono tutti costruiti a partire dalla chiave ritmica, ed impiegano, quale più quale meno strettamente, nelle parti melodico-armoniche, l’intevallo corrispondente.

Naturalmente questo non è obbligatorio, ma preferivo lasciare alle mie orecchie questa prima impronta in cui i colori si accostassero secondo le loro parentele.

Per le registrazioni hai fornito delle parti scritte o solo delle coordinate?

C’erano delle parti scritte, ma sono piccole melodie di 1-5 battute, di cui si potrebbe fare a meno;

la parte centrale è la chiave ritmica, insieme ad una eventuale intesa sul ‘materiale’ melodico da impiegare nell’improvvisazione (come indicato succintamente nel testo)

Nel libro per alcune melodie fai riferimento ai raga, per le tue strutture ritmiche ti sei ispirato anche ai Tala della Musica Classica Hindustani ?

No, il pensiero ritmico indiano è più ‘additivo’ che ‘divisivo’ e sono maggiormente attratto dall’africa (detto in modo molto superficiale e generale), sebbene gli aspetti ritmici della musica indiana siano di una profondità insuperabile.

Mi hanno invece sedotto ed incantato i raga, mostrando sinuose, incantevoli, raffinate, inaspettate,eleganti strade melodiche in una ‘semplice’ musica ‘modale’, vie inimmaginabili per chi come me aveva visto gli studi delle scale su e giù in tutte le combinazioni su noiosissimi manuali americani.

Sbaglio oppure le tue ispirazioni artistiche vanno oltre il mondo della musica, cerchi e ritrovi spunti anche nelle altre arti e nel quotidiano?

Mi piacerebbe che così fosse, ma la mia preparazione culturale non è un gran che.

Nel quotidiano… non saprei … a meno che non ci si riferisca alla relazione che c’è tra i modi di vivere e i modi di fare musica, che mi interessa più di ogni altra considerazione strettamente musicale.

La grafica di Luca Storero , a mio avviso, rende molto bene tutta l'idea dell'opera, avete cooperato oppure gli ha lasciato carta bianca ?

Gli ho chiesto delle immagini, possibilmente una per traccia, e lui le ha disegnate ognuna ascoltando la traccia corrispondente, ch’è quello che speravo.

Cos'è a Ruota Libera, una lettera aperta, un invito alla riflessione oppure un modo di mettere su carta i tuoi pensieri musicali ?

Non so se intuivo che stava per succedere qualcosa, che stavamo entrando in tempi straordinari. 

Era (è) difficile parlare di questo, perché ognuno ha il suo vocabolario, le sue emozioni associate alle parole, peraltro abusate e strapazzate. Mi è sembrato nel tempo di accorgermi sempre più con evidenza che i miei criteri ‘estetici’ non corrispondessero a quelli delle persone che conoscevo.

Non condivido i modi e le scelte della società in cui viviamo, e nelle forme della musica riconosco la società che le genera. Volevo riflettere, magari innescare qualche discussione, su questo;anche perché mi aiutasse a figurare la musica che vorrei: non c’è in assoluto, e dipende dalle persone e dai modi di vivere in cui sono immerso, e che non mi corrispondono.

Com'è collaborare con un'etichetta così eterogenea come la AUAND RECORDS ?

Mi pare che ci sia una linea coerente, per quanto eterogenea come dici, in cui probabilmente non sono calato con grande aderenza: c’è molta elettronica, molta New York, che non ci sono in Quilibrì

Sono anche fuori dall’età media, perché sono tutti giovani, ma sono spesso musicisti bravissimi,appassionati e molto preparati.

Credo che il catalogo auand sia un prezioso ritratto, di questo primo ventennio, di una zona musicale poco commerciale, poco visibile e piuttosto interessante.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Mi piacerebbe essere qui!!!




https://auand.com/


Formazione

Andrea Ayassot sax soprano

Claudio Riaudo percussion

Enrico Degani guitar

Stefano Risso bass

Nelide Bandello drums

Adriano De Micco percussion

Aldo Mella double bass

Pino Russo guitar

Piergianni Gillio djembé

Grafie, pittografie, figure a cura di Luca Storero

Riprese audio, mixaggio, editing, mastering a cura di Alberto Macerata