martedì 15 ottobre 2019


AUAND's DAD


Diciotto anni fa , a Bisceglie in Puglia, in piena crisi economica, italiana e mondiale, Marco Valente pensa bene di fondare un'etichetta discografica. Nonostante le incerte aspettative, da allora ad oggi la AUAND record ha prodotto oltre le cento pubblicazioni discografiche, tra CD, Vinile e anche su supporti 
digitali.





Sono stati coinvolti artisti provenienti da diverse realtà del Jazz internazionale, soprattutto le giovani promesse. Come il primo “X-Ray” , debutto discografico del trombonista barese Gianluca Petrella , oppure “It's Mostly Residual” del Cuong Vu Trio + Bill Frisell.

Il “Valente” discografico non sceglie di dedicarsi ad un unico stile di musica, come invece prediligono in molti, ma di ricercarne altri , sempre nuovi. Così, oggi, la AUAND offre un esteso panorama sonoro, molte novità e indicazioni su cosa si può ascoltare sul Jazz del nuovo millenio .
Oltre all'alta qualità degli artisti e della musica originale che viene pubblicata, il secondo punto forte dell'etichetta è l'enorme lavoro di promozione. Sembra impossibile che un uomo da solo sia riuscito a tessere una tela così estesa di contatti, forse grazie al suo nomadismo.

Sicuro è che Marco non si è interessalo solo dell'aspetto economico. Quello che gli interessa di più è dare e scambiare informazione , affinché tutti ne traggano profitto. Così negli anni ha promosso diverse iniziative collettive che oggi sono di grande sostegno, per i musicisti e le etichette, giornalisti/fotografi e festival, ma soprattutto per i fruitori.


Il resto è storia, ma ve lo lascio raccontare da lui …...












Chi era Marco Valente prima di diventare un discografico?
Era sicuramente un grande appassionato di jazz che acquistava tanti CD in maniera quasi compulsiva e che a vent'anni, per capire meglio questa musica dal di dentro, ha deciso di studiare contrabbasso riuscendo, pochi anni dopo, anche a calcare qualche palco.

Non dire il calciatore! … qual'era il tuo sogno da bambino?
Il calciatore. L'ho detto. E a cinquant'anni vado ancora a giocare ogni domenica. Finché reggono le gambe.

Hai suonato in qualche gruppo?
Come dicevo, tra il 1995 e i primi anni 2000 sono riuscito a togliermi qualche soddisfazione. Ho avuto modo di suonare (o forse sarebbe meglio dire che ho provato a star dietro) con Mirko Signorile, Gaetano Partipilo, Gianluca Petrella, Pino Minafra, Vittorino Curci, Felice Mezzina, addirittura Antonello Salis in un paio di occasioni.









Hai mai inciso qualcosa di tuo?
Solo un paio di brani, mai pubblicati.

Quali erano i tuoi dischi preferiti?
Ce ne sono alcuni che sono ancora tra i miei preferiti: 80/81 di Pat Metheny, il quartetto americano di Jarrett, il primo disco omonimo di Michael Brecker, i Bass Desires, gli Steps e gli Steps Ahead, alcuni dischi di Abercrombie, il periodo Elektra di Frisell e i Columbia di Tim Berne, tutto quello che usciva in quegli anni di JMT. Ascoltavo anche tanto jazz italiano: Rava innanzitutto, Pieranunzi, Gatto, Giovanni Tommaso, Trovesi, Minafra, Ottaviano, Battaglia, Fresu.

Qual'è la tua etichetta preferita?
JMT sicuramente. Impulse tra le storiche. Un determinato periodo ECM che va tra gli anni '70 e la fine degli anni '80.

Qual'è stata la tua prima esperienza da discografico?
Una compilation di jazz italiano stampata nel 2000, un anno prima di fondare Auand. E' stato un po' un banco di prova, un esame propedeutico.

Quando hai creato AUAND RECORDS eri da solo?
Solissimo e purtroppo lo sono ancora. Ho sempre sognato che un giorno venisse a citofonare un ragazzino con la passione per il jazz a chiedermi di dare una mano.

Quali sono i tuoi parametri per scegliere o rifiutare un disco?
Direi che è tutto spiegato nel pay-off di Auand: Energy, Risk, Conviction and the Unexpected: l'energia, il rischio la convinzione e la sorpresa. Sono questi gli elementi che cerco, sia come ascoltatore sia come produttore. Certamente non voglio sentirmi rassicurato.









È più importante l'immagine del suono o il suono dell'immagine?
Con questa hai vinto il premio “Marzullo del Jazz 2019”. Produrre un disco oggi vuol dire fare attenzione a così tanti particolari che mi perderei facilmente nel risponderti. Tutti gli elementi hanno la loro importanza.

Come è nata la scelta del nome AUAND?
Buttando giù una lista di quasi cento nomi con il grafico che si è occupato della creazione del logo e dell'immagine e che ancora lavora con me. Poi abbiamo ristretto ad una ventina, poi sempre meno anche grazie al confronto con David Binney e un professore di italianistica della NYU. Alla fine abbiamo optato per AUAND perché suonava bene anche per gli anglofoni.







Con la Nazionale Italiana Jazzisti hai unito due tue grandi passioni, qual'è il tuo ruolo all'interno?
Sono stato il fondatore, nel 2013, e primo presidente quando abbiamo costituito la Onlus. Ora gioco solamente, quando riesco a conciliare gli impegni. Riusciamo a raccogliere fondi per beneficenza divertendoci e questo è importante.

Cos'è ADEIDJ e il patto di intesa?
E' l'acronimo di Associazione delle Etichette Indipendenti di Jazz ed è stata da me fondata all'inizio del 2018 quindi stiamo terminando il nostro secondo anno di vita. ADEIDJ fa parte della Federazione “Il Jazz Italiano” che vede partecipare altre associazione legate al nostro mondo: quella dei musicisti, dei festival, dei club, degli agenti, dei fotografi e di chi si occupa di formazione. E' ancora presto per tirare le somme ma già il fatto di essere tutti insieme attorno ad un tavolo fa crescere tutto il sistema e ci porta a pensare a strategie per il futuro di tutta la filiera. C'è sicuramente tantissimo da fare.
Sono necessarie tutte queste sigle e procedure istituzionali , non c'è il pericolo che si perda un po lo “spirito imprevedibile del Jazz”?


Siamo stati cani sciolti per tanti anni e ora lo stato delle cose ci ha portato ad unirci e discutere del futuro di questa musica in Italia. Alla maggior parte dei concerti il pubblico è over 50 e manca un pubblico giovanissimo. Questo è uno dei principali problemi di cui stiamo discutendo. Sarà necessario ricreare un pubblico da zero se non vogliamo vedere questa musica sparire dai cartelloni. In più ci sono tantissimi problemi strettamente burocratici da risolvere: il sistema contributivo e pensionistico dei musicisti, l'inquadramento stesso dei musicisti nel mondo del lavoro, l'inquadramento anche dei club che investono in operazioni culturali, l'IVA sui dischi, la mancata retribuzione collegata allo streaming del prodotto discografico, e tanto altro.

Dopo Bisceglie, New York, Roma e recentemente Torino, dove è diretta la tua curiosità?
Ovunque! In questo momento il mio pensiero è di sondare paesi diversi facendo delle medio/brevi residenze. Ma Bisceglie e la Puglia resteranno sempre e comunque il punto fermo, la base dove tornare. Qui si vive troppo bene. Giusto per farti capire, sono andato a fare un bagno al mare lo scorso 10 Ottobre, due giorni dopo ho comprato un'intera cassetta di cachi a 3 Euro, mangio pesce spesso senza svenarmi (a Torino un giorno ho deciso di prendere del pesce spada e ho speso 35 euro per due persone, dopo di ché ho mangiato carne per il resto dell'anno). Credo siano benefit inarrivabili in città metropolitane e a 50 anni quasi suonati tengo molto alla qualità della vita.



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