martedì 11 maggio 2021

 NEUGUITARS MAN



Andrea Aguzzi è nato a Milano nel 1969, risiede e lavora a Mestre vicino a Venezia. E' laureato in Economia Aziendale presso l'Università Ca' Foscari di Venezia ed è da sempre appassionato di internet, musica e chitarra.

E' il Blogger del Blog NEUGUITARS, dedicato alla musica d’avanguardia, sperimentale e contemporanea per chitarra. https://neuguitars.com/ . E’ stato anche cofondatore della netlabel AlchEmistica dedicata alla musica classica e contemporanea con licenza Creative Commons.

Inoltre ha pubblicato quattro interessantissimi libri:


“Netlabels. Musica, Economia, Diritto, Società in Internet” (2012).


“Chitarre visionarie. Conversazioni con chitarristi alternativi”, (2014).


Visionary Guitars. Chatting with Guitarists (2016), solo in inglese.

Amazon.it: Visionary Guitars Chatting with Guitarists - Aguzzi, Andrea - Libri


Il recente “John Zorn The Book Of Heads” (2020), solo in inglese.

John Zorn The Book Of Heads: Amazon.it: Aguzzi, Andrea: Libri








Sul suo Blog NeuGutars pubblica numerosi articoli in merito ad argomenti molto spesso sottovalutati o troppo impegnativi, secondo i punti di vista e le necessità commerciali. In realtà la competenza e la passione di Aguzzi rende questi argomenti molto versatili e di facile intuizione. Certamente per ascoltare alcune sue proposte bisogna avere una mente aperta ed un orecchio ben educato all'ascolto, ma niente di impossibile.

Dalle sue proposte si comprende che negli anni ha acquisito un metodo di analisi e comprensione molto efficace, con una forte attenzione ad aspetti come la composizione, l‘improvvisazione, l’interpretazione e lo sviluppo tecnologico degli strumenti.



Andrea ha creato per le sue interviste una formula di 10 domande, ma io sono un po più curioso e forse ne farò almeno una dozzina, vediamo cosa ci risponde:



Come nasce la tua passione per la musica e per la chitarra classica?

Una trentina d’anni fa decisi di imparare a suonare uno strumento e comprai una chitarra classica. In realtà non volevo suonare musica classica, ma cose più pop. Dato però il mio scarso talento decisi di andare a lezione da un insegnante, la fortuna volle che trovai la Sig.ra Liliana Amato, moglie del Maestro Angelo Amato, che all’epoca insegnava chitarra classica al Conservatorio di Venezia. Non solo mi insegnò quello che volevo, ma mi introdusse anche al mondo della chitarra classica e della musica brasiliana. Le devo tantissimo. Ho studiato con lei 3 anni, un periodo formativo bellissimo.



Suoni uno strumento?

Suonicchio, ad intermittenza. Ho ancora la mia vecchia chitarra classica, una Yamaha CG 120 e due chitarre elettriche: una Fender Stratocaster Mexico del 1996 e una Eko modello Les Paul degli anni 80 restaurata. Due bellissimi strumenti, cari ricordi di un amico che non è più tra noi. Ho anche una chitarra elettrica headless, un kit cinese, che ho fatto trasformare in una chitarra fretless. Ha un suono tutto suo.



Hai studiato composizione?

No. Ho il diploma del liceo scientifico e sono laureato in Economia Aziendale a Venezia. Mai frequentato il Conservatorio. Per il resto sono autodidatta, ascolto, leggo, studio, mi interesso.






Quando hai iniziato a soffrire i limiti delle offerte del “mercato di genere”?

Veramente non ne soffro e non ne ho mai sofferto. Il primo disco, che ho comprato a 11 anni, è stato il 45 giri dei The Police “Every little thing she does is magic” e ce l’ho ancora assieme a tutti i loro album che continuo ad ascoltare con piacere. Non ho mai veramente molto sofferto la distinzione tra underground e mainstream, ascolto quello che mi interessa, anche se magari non mi piace. Non mi sono mai schierato a favore di un genere rispetto ad un altro, anche se ci sono cose che non ascolto proprio come la canzone melodica italiana e la lirica, ad esempio. La mia formazione musicale è sicuramente rock e da lì ho cominciato ad allargarmi: il jazz, la classica, la musica etnica, la sperimentale, il noise. Più che il genere in sé mi interessa ascoltare e capire come i musicisti amino mischiare le carte in tavola. Mi piacciono i prototipi, le cose al limite dei confini, anche se sono inascoltabili. Non ho nulla contro la trap e il rap. Mi rifiuto di pensare che oggi non si produca più musica valida, anche nel “mercato di genere”. Quelli che lo dicono mi ricordano i vecchietti del Muppett Show. Oggi escono tanti dischi bellissimi, come 10, come 20 anni fa. Solo che del passato abbiamo già una selezione ed è più facile orientarsi. Oggi l’offerta è vastissima. Per l’ascoltatore non è certamente un male. La società è cambiata? Dov’è la novità?



Quanto è importante che ci siano compositori creativi che sanno uscire dagli schemi?

Non so se e quanto sia importante, a me fa piacere che ci siano. Sono d’accordo con quello che scrive Scott Johnson nel suo saggio “The Counterpoint of the Species”: la vita cambia, si evolve in modi non lineari adeguandosi e anticipando le necessità che l’ambiente, la natura e il desiderio di sopravvivenza impone. Per un artista questi fattori sono dati dalla cultura, dall’ambiente, dalla società, dalla situazione economica e tecnologica che lo circondano e con cui interagisce. Poi ciascuno fa le sue scelte che sono necessariamente personali. C’è chi sente il desiderio, la necessità di andare contro la società, chi di seguirla, chi di blandirla. A ciascuna scelta corrispondono dei risultati e un pubblico che li segue. Oltre a dei compositori creativi è necessario ci siano degli interpreti e degli improvvisatori creativi e un pubblico interessato alle loro proposte. Non siamo molto distanti, anche in questo caso, da una forma di segmentazione di mercato.



Cos'è che ti affascina di più di una composizione: i metodi per la sua stesura o il risultato finale?

Un po’ tutti e due, ma la mia formazione musicale si basa sull’ascolto della musica più che sulla lettura di uno spartito. Ti direi quindi che è il risultato finale quello a cui miro fin da subito, poi cerco di approfondire, di capire cosa c’è sotto e qui le cose si complicano, perché lo spartito non mi basta. Voglio capire le logiche dietro non solo alle scelte compositive ma anche a quelle interpretative, quindi leggo, scrivo e ascolto ancora.






Gli interpreti devono essere molto motivati per riuscire a sopravvivere con un repertorio ancora così poco valorizzato, cosa si potrebbe fare per facilitarli?

Temo di non capire la domanda. Cosa intendi per “facilitarli”? Facilitarli a scegliere quel repertorio o supportarli dal punto di vista economico? Nel primo caso non saprei proprio cosa rispondere: dipende da loro, non mi sono mai azzardato a suggerire a un interprete un brano in particolare. Spetta all’interprete trovare ed eseguire quello che più gli interessa, quello che trova più adatto alla sua sensibilità. Così come spetta a loro trovare le motivazioni, artistiche, economiche, culturali e sociali, per fare questo lavoro. Per quanto riguarda l’aspetto economico penso sempre che il modo migliore sia comprare i loro dischi e andare ai loro concerti. Purtroppo al momento la seconda cosa è ancora impossibile causa Covid-19. Ma ci torneremo.



Qual'è la qualità che apprezzi di più in un interprete?

L’espressività. Questo indipendentemente dal genere che suona e dal tipo di musica che fa. L'espressività è la prima cosa, poi vengono, timbro, fraseggio, idee, capacità di innovazione. Ma l'espressività resta sempre al primo posto,non cambia se si tratta di Allan Holdsworth, Eric Clapton, Julian Bream, Elena Casoli, Jimmy Page...



Hai pubblicato quattro libri su tematiche interessanti, penso che ognuno abbia richiesto molto impegno, come è stato addentrarsi nel mondo dell’editoria?

Non credo proprio di esserci entrato, nel senso che ho scelto di produrmi i libri da solo, quindi curando traduzioni, editing e correzioni da solo. Ho imparato un po’ alla volta e sto continuando ad imparare. Non ho mai proposto nulla a una casa editrice e quindi non conosco quel contesto economico e culturale. Scrivo solo per il piacere di farlo, non per seguire un’attività economica: dai miei libri non guadagno praticamente nulla, sono in vendita a prezzo di costo. Stessa cosa per il blog, non a caso non ci sono banner pubblicitari. La mia professione è un’altra e devo dire che il mio lavoro mi piace e che continuerò a farlo. Non voglio fare il blogger professionista.



Nonostante l'idea, di molti bigotti, che i Blog siano poco interessanti e poco professionali, gestisci con passione un Blog sempre molto aggiornato con articoli ricercati e informazioni difficilmente reperibili da altre parti. Come riesci ad acquisire così tante informazioni per il tuo “blogghetto”... hai creato una rete di contatti con i vari protagonisti del settore?

Ascolto, leggo, studio. Semplicemente perché mi piace farlo e cerco di farlo al meglio che posso. E’ una questione di atteggiamento. Quando avvicino un musicista, magari su un social network, gli dimostro che conosco la sua musica, che acquisto i suoi dischi, magari da lui stesso, sulla sua piattaforma Bandcamp. Se lo intervisto evito domande banali e chiuse, cerco di scrivere delle recensioni che spieghino cosa c’è dentro quel disco e che forniscano più coordinate culturali e connessioni possibili, perché il mio obiettivo non è l’artista che legge la recensione, ma l’appassionato di musica che legge il mio blog e che vuole sapere, magari, se vale la pena di spendere 20 euro per quel cd. Da questo punto di vista non mi considero un critico, ma un appassionato di musica. Non mi piace stroncare un disco o un artista. Non è nella mia educazione: io non sono in grado di eseguire neanche il 5% di quello che sanno fare i musicisti che seguo, quindi non mi permetto di entrare su questioni tecnico esecutive, che tra l’altro interesserebbero poco al mio pubblico di appassionati. Evito anche di entrare nei territori del gusto, il mio gusto personale. Una musica, un album ha tutto il diritto/dovere di essere ascoltato indipendentemente dal fatto che a me piaccia o meno. Detesto le polemiche, me ne tengo lontano il più possibile, anche quando vengo offeso, bloccato o provocato sui social, perché è successo anche questo. E poi pubblico ormai quasi tutto in inglese. Questa scelta mi ha permesso di allargare i miei orizzonti in modo incredibile. Attualmente Neuguitars.com fa una media di circa 7.000 visite al mese, solo il 15% viene dall’Italia, tutto il resto è il mondo, Stati Uniti e Germania in testa. Ricevo ogni giorno una media di dieci tra email, whatsup e messaggi che mi suggeriscono, propongono ascolti, video e dischi. Nulla, poi, mi fa più piacere di leggere email e messaggi di musicisti che mi segnalano altri musicisti e dischi. Ricevo 15-20 cd e LP al mese. Non nascondo la mia vocazione collezionistica e archivistica. Sì, credo di essere riuscito a creare una mia rete di contatti che cresce ogni giorno. E la cosa mi rende felice, perché ho la possibilità di ascoltare cose pazzesche e conoscere persone incredibili, al di fuori del mio orizzonte quotidiano. Credo che questa sia la forza e la potenzialità che si nascondono dietro un blog. Per il resto vale sempre lo stesso discorso: in ogni ambiente ci sono delle cose eccellenti e altre di cui si può fare volentieri a meno, vale per i blog, per la musica, per il lavoro, per la televisione, etc…l’importante è scegliere bene, cercare dei contenuti, della qualità. Ci sono blog fantastici che vanno letti: io seguo Guitar Moderne, The Quietus, The Rest Is Noise di Alex Ross, The Free Jazz Collective, a Jazz Noise, Percorsi Musicali, Tone Glow, Pitchfork, che ospitano contenuti di alto livello e sono molto trasversali. Ci sono blog eccellenti per tutti i gusti, per gli appassionati di cucina, di libri, di architettura…perché non scoprirli? C’è un sacco da imparare. Poi c’è un altro aspetto: un blog è un mondo personale e come tale vivo il mio. Tra quelli che ho citato ci sono dei blog professionali, con una redazione e più persone che scrivono. Nel mio faccio tutto io. A volte ricevo delle email, tutte dall’Italia, con su scritto “egregio Direttore…”, “spettabile Redazione…”, mi fanno un po’ sorridere. Io cerco di fare le cose al meglio, ma non sono né professionale, né professionista. Credo che qui stia il grande inghippo: spesso chi mal giudica i blog si aspetta, gratis, da loro lo stesso livello professionale, grafico, editoriale di un giornale o di una rivista, che giustamente si pagano. Per me, non funziona così: un blog nasce come racconto personale, come sfogo per una passione, quindi necessariamente non professionale. Inutile aspettarsi qualcosa che, per DNA, non c’è. Esistono sicuramente dei blog che sono invece ben fatti, ben curati e qui può nascere un problema: certi blog amatoriali, specialistici, hanno contenuti superiori a tanti giornali e riviste. Ma questo non è un problema del blog, ma del settore editoriale professionale. Taccio sui blog politici. Quello è un mondo su cui non riesco a formarmi un’opinione.








Perché hai deciso di pubblicare il tuo ultimo libro, dedicato a John Zorn, solo in inglese?

Veramente ormai scrivo praticamente tutto in inglese. Anche il libro precedente del 2016, “Visionary Guitars. Chatting with guitarists” è in inglese e non è una traduzione di “Chitarre Visionarie” del 2012. Sarà sempre più così, sono scarsamente interessato a pubblicare libri in italiano e i motivi sono diversi. Come per il blog, posso raggiungere un pubblico più ampio e interessante, anche senza ricorrere al circuito delle librerie. In Italia si legge poco, da sempre. Inutile dissipare energie per un pubblico limitato. Meglio concentrarsi su un pubblico più vasto e appassionato che, nel caso del mio lettore italiano, spesso legge anche testi in inglese. Inoltre evito un mare di polemiche e insulti. Se chi mi ha, in passato, scritto, biasimato, insultato per quello che dice di aver letto nei miei libri in italiano li avesse comprati e letti per davvero, a quest’ora sarei milionario in bit coin. I miei libri in inglese sono stati criticati, anche severamente, ma non sono mai stato offeso o bloccato su Facebook per questo. Se pubblico in inglese taglio fuori una larga fetta di pubblico di cui faccio volentieri a meno. Stesso motivo per cui sono uscito, salvo rare e precise eccezioni, dai gruppi di appassionati di musica e chitarra italiani. Pensa che a proposito del libro “John Zorn The Book Of Heads” ho ricevuto diversi messaggi e email che mi chiedevano dove trovare la versione in italiano. Fin qui tutto bene. Il problema è che spesso, dopo aver risposto che non c’è e non è prevista, mi sono sentito chiedere di spedire le bozze del libro in italiano, perché “altrimenti come faccio senza…come faccio a capire se il libro fa schifo…?” Siamo a questi livelli. Ne approfitto per rispondere a un’altra domanda assillante: nel libro non ci sono gli spartiti dei The Book Of Heads, io non li distribuisco, non li vendo e neanche regalo. Se li volete li dovete comprare da John Zorn medesimo.



Avevo promesso dodici domande, perciò questa è l'ultima, cosa ne pensi della situazione economica in cui è sprofondato il mondo delle Arti ?

Temo anche qui di non aver capito bene la domanda: a cosa fai di preciso riferimento? Al mercato dell’arte? Alla situazione degli artisti in generale? Il primo non mi sembra soffra di crisi, mentre i secondi, molti dei secondi non se la passano affatto bene. La crisi innescata dal Covid-19 ha certamente accentuato le difficoltà dato che ha ridotto le possibilità di incontro sociale e l’arte vive di socialità, di scambi, di incontri, che a loro volta alimentano un mercato fatto di esposizioni artistiche, di mostre, di concerti, di masterclass. In questo ambito la musica non se la passava già molto bene, a causa dei cambiamenti sociali che hanno spinto sempre più per una visione in cui la musica non è solo una commodity ma un bene gratuito, non libero, gratuito. Lo streaming musicale, perfettamente legale, ha comportato una perdita significativa negli introiti dei musicisti. Leggevo poco tempo fa che solo circa 12700 artisti riescono a superare la cifra di 50.000 dollari di introiti annui su Spotify e che occorrono circa 120-130 ascolti di un brano per generare un guadagno di 1 centesimo. 1 centesimo. Molti dei musicisti che seguono hanno abbandonato Spotify a favore di una piattaforma più remunerativa come Bandcamp, dove il fine primario non è lo streaming ma la vendita diretta di cd e LP e dove i guadagni sono più elevati. Per molti di loro poi i concerti e l’insegnamento sono le vere fonti di reddito. Per l’insegnamento, spesso privato o presso scuole prioritarie, l’obbligo dell’assenza della presenza ha significato una riduzione delle lezioni e l’assenza dei concerti non solo riduce i guadagni, ma anche la possibilità di vendere direttamente i propri dischi e di creare dei nuovi contatti per nuovi concerti, masterclass, collaborazioni, etc. La crisi dei redditi dovuta alla cassa integrazione e alla perdita dei posti di lavoro, spingerà inoltre a una riduzione dei consumi. Molte persone ci penseranno due volte nella scelta tra beni culturali e beni di primaria necessità. Diverso è il discorso del mercato dell’arte: le nostre economie sono state inondate da un mare di liquidità che cerca nuove possibilità di investimento alternative al mercato finanziario, bancario, assicurativo. Da qui il boom del mercato delle valute elettroniche, vedi Bit Coin e delle case d’asta, d’antiquariato e d’epoca. Prova a guardare quanto è cresciuto il mercato delle auto d’epoca, ad esempio. Il mercato dell’arte non fa eccezione. I beni culturali, specialmente quelli tangibili, sono spesso visti come interessante forma di investimento alternativo, di diversa allocazione degli assett di risparmio. Quel settore, come quello del lusso, non conosce crisi. Inoltre questa crisi ha messo in luce quanta poca considerazione godano gli artisti a livello politico: non ho visto nessun paese brillare per gli aiuti nei settori culturali, artistici e dello spettacolo. Già l’ondata politica neoliberista degli ultimi 25 anni aveva fatto piazza pulita non solo del welfare, ma anche di tante sovvenzioni nel molto culturale, temo che questa crisi completi l’opera. Il mondo dell’arte non ha, poi, mai brillato per efficienza e trasparenza nella gestione economica. Gran parte delle sue istituzioni sono tagliate fuori dal mercato e vivono più di sovvenzioni pubbliche e private che non dalla vendita di biglietti o di merchandising, quando grandi orchestre sono sparite negli ultimi vent’anni perché non più in grado di far fronte ai costi di gestione? Occorrono nuove figure manageriali, nuovi curatori, una nuova visione a livello di sistema. Oltre a questo la mia vista non riesce ad andare. C’è tanto, forse troppo, da fare e da rinnovare e mancano competenze.












 “Il futuro del jazz italiano”: al via il festival MetJazz del Teatro Metastasio di Prato






La 26a edizione del festival jazz di Prato, con la direzione artistica di Stefano Zenni, si terrà dall'8 maggio al 14 giugno. Tra la sezione Official e Off,  9 eventi dedicati al jazz italiano e alla scoperta di grandi eccellenze artistiche. Partners: la Scuola di Musica Giuseppe Verdi, Musicus Concentus, la Biblioteca Lazzerini e Siena Jazz.


La pandemia ha fermato il mondo. E il mondo ora si rimette in moto. La 26a edizione del Festival MetJazz, prodotta dal Teatro Metastasio di Prato, vedrà finalmente la luce dall'8 maggio al 14 giugno con la direzione artistica di Stefano Zenni, consolidando il progetto emerso nei giorni peggiori della crisi: un’edizione totalmente dedicata al jazz italiano.
“La necessità di gestire gli spazi a disposizione, il desiderio di rimodulare la geografia del festival e la volontà di immettere nuove energie in circolo impongono un gesto di coraggio e apertura - dichiara Stefano Zenni - Quest’anno abbiamo deciso senza esitazioni di far conoscere al pubblico un cartellone ricco di nomi affermati, di alto profilo e di fresca creatività, anche se meno altisonanti.”
Il tema del 2021 “Il futuro del jazz italiano” vuole rendere omaggio a quei talenti che non sempre godono dell’opportunità di presentare la loro musica nelle migliori condizioni: il programma, consultabile al link


si apre lunedì 10 maggio sul palco del Teatro Metastasio con il progetto “No Land’s” del contrabbassista Matteo Bortone, uno dei migliori dischi degli ultimi tempi; presente nel cartellone anche il trio di Filippo Vignato, applaudito trombonista che qui si presenta con un pulsante trio dagli umori molto eclettici; e infine il trio MAT, con tre punte di diamante della nuova scena italiana che concluderanno, in bellezza, il cartellone degli eventi. Alcuni di questi gruppi coinvolgono anche musicisti stranieri, poiché ormai i giovani musicisti si muovono in una dimensione di compiuto scambio europeo. 


La clarinettista Zoe Pia, con il suo policromo progetto sulla musica sarda, e il dinamico sassofonista Giovanni Benvenuti, anche originale compositore, rappresentano proprio quei talenti su cui MetJazz vuole gettare nuova luce, come pure l’emergente pianista Andrea Goretti, che si muove sul filo tra improvvisazione classica e jazz. Protagonisti anche i Lapsus Lumine, un singolare gruppo vocale/strumentale che si muove gioiosamente all’intersezione tra canzone, jazz, sperimentazione, musica e letteratura e che vedrà ospite nell’organico il rumorista e fantasista Vincenzo Vasi.
Non meno importanti sono le occasioni della programmazione di MetJazz Off: dalla voce di Elisa Mini, una delle protagoniste di una scena vocale toscana già molto brillante, al sorprendente trio di Nazareno Caputo, intriso di umori contemporanei. Non mancheranno gli appuntamenti con i libri, con autori e curatori di vite e storie musicali uniche: da quella di Dexter Gordon presentata da Francesco Martinelli a quella di Bruno Tommaso, la cui vicenda artistica e di insegnante è per noi il vero simbolo di questa ripartenza con i giovani talenti.






Il festival ha sempre lavorato di concerto con partner dentro e fuori la città. La crisi ha rafforzato una politica in atto da tempo: alla Scuola di Musica Verdi, alla Biblioteca Lazzerini e a Musicus Concentus di Firenze (che ora collabora anche con l’Off) si aggiunge Siena Jazz, con cui abbiamo coprodotto il cd del compianto Alessandro Giachero, dal concerto che tenne a MetJazz nel 2020. E’ a lui, al suo lascito musicale e alla sua eredità didattica che è dedicata l’intera rassegna.
Il programma completo è consultabile sul sito del Teatro Metastasio al link https://www.metastasio.it/it/eventi/met-jazz/momento-teatrale-20-21.
Tutti gli eventi sono fruibili nel rispetto del regolamento emergenza Covid-19:


Biglietti sezione Official: intero €16, under 25 €11, over 65/soci Coop €12, abbonati 2020 €10.





Acquistabili online al link https://ticka.metastasio.it/ oppure presso la Biglietteria del Teatro Metastasio: via B. Cairoli 59, Prato tel. 0574/608501 - biglietteria@metastasio.it. Orari: dal lunedì al sabato 11.00/13.00 e 17.00/19.00 (il giovedì 11.00/15.00 e 17.00/19.00).
Biglietti MetJazz OFF:

Sabato 8 maggio - Scuola di musica Verdi: ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a biglietteria@metastasio.it
Sabato 15 maggio - Biblioteca Lazzerini:
ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a iscrizionilazzerini@comune.prato.it
Sabato 22 maggio - Scuola di musica Verdi: biglietto unico €5 acquistabile on line su ticka.metastasio.it
Sabato 29 maggio - Scuola di musica Verdi: biglietto unico €5 acquistabile on line su ticka.metastasio.it
Sabato 12 giugno - Scuola di musica Verdi: ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a biglietteria@metastasio.it

CONTATTI
Info Teatro Metastasio: tel. 0574.608501
Ufficio Stampa Teatro Metastasio: Cristina Roncucci tel. 0574.24782 (interno 2) - 347.1122817
Comunicazione MetJazz: Fiorenza Gherardi De Candei tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com





(Per ragioni di trasparenza, preciso che pubblico queste informazioni solo per interesse divulgativo, non sono stato remunerato per pubblicarle e che non ho responsabilità per quello che riguarda gli aspetti economici)

mercoledì 21 aprile 2021

 Still Walkin'

Mauro Ferrarese & Trulletto Records




Per quei pochi sfortunati che non lo conoscono ancora, Mauro Ferrarese è un musicista di altissimo livello, uno dei pochi Bluesman in Italia che si possono considerare tale, sicuramente al livello dei nostri fratelli del nuovo continente!

Si è fatto le ossa, musicalmente parlando, come artista di strada durante un lungo e prezioso periodo passato a New Orleans. Per le strade della città più famosa del Mississippi, considerata la capitale della rivoluzione musicale di tutto il '900, Ferrarese riscopre il Blues e la musica popolare d'oltreoceano. Ne rimane inevitabilmente rapito e presto non la considererà solo un'infatuazione ma una vera missione, che integrerà in uno intenso stile di vita “da uomo di Blues” .

Negli anni il suo repertorio segue le impronte dei grandi padri del blues rurale, del Delta e Texas Blues, Ragtime, Gospel e delle canzoni Folk di W. Guthrie, H. Williams, J. Rodgers ed ai tradizionali dell'epoca.

Partecipa ad alcuni Blues festival nazionali (Pistoia, Macallè) , ma è un musicista "on the road" in senso stretto, come lui stesso spesso ha dichiarato ... "la strada e il migliore palcoscenico per un uomo di blues", se lo volete ascoltare dal vivo lo potete raggiungere in uno dei tanti appuntamenti nei vari busker festival: Bergolo, Ferrara, Schio, Lugano e Galvay.




L'album è stato registrato da Mauro in stile “home recording” , nel febbraio 2021, e co-prodotto con la giovanissima label pugliese Trulletto Records , che ha curato il mix e il master, e si occuperà anche della distribuzione. Il disco è stato pubblicato intorno al 20 aprile, ed è disponibile su supporto fisico e digitale sulla piattaforma bandcamp.

Questo disco, anche se Ferraresa ha ancora tanto da dire, è un pò il passaggio del testimone alle nuove generazioni, la Trulletto è abitata da giovani e motivati artisti che si rivolgono proprio a quei generi acustici che vengono interpretati nell'album. Come in una lezione, nel vecchio stile orale, Mauro si esibisce svelando quei trucchi, non imitazioni o manierismi, tipici del linguaggio chitarristico del Blues. Non mancano i bassi stoppati, i tempi spezzati, il fingerpicking e lo strumming percussivo tipico dei maestri d'ascia vissuti sulle rive del grande fiume. Utilizza il Dobro [1], una particolare chitarra con risuonatori conici realizzati in metallo, lo strumento prediletto dai Bluesman per suonare in strada o nei locali senza amplificazione, proprio per il suo “enorme volume”! ... Si accompagna anche con il piede o con il tamburello, in pieno stile “on the road.




Inutile dirvi che i brani, quasi tutti originali, sono polverosi ed asciutti, trasudano di tradizione, sono talmente intensi e penetranti che vi sembrerà di averli già ascoltati, non sono rivisitazioni o delle cover, anche se “reinterpretare” è l'elemento tipico di chi fa Blues, che ancora oggi viene utilizzato dagli Africani Americani nel Rap ed in altre forme musicali, essi rappresentano un racconto sonoro che descrive un intenso vissuto ben assimilato dall'artista, che si esprime con grande personalità e rispetto.


Durante l'ascolto si possono apprezzare tutti quegli elementi che Ferrarese ha maturato negli anni, la sua voce ha preso i colori della terra arida di Clarksdale, diventando sempre più graffiante e corposa, la chitarra viene “energicamente accarezzata” creando argentei sferragliamenti che ricordano le corse folli dello Yellow Dog, il piede batte veloce come le fughe degli schiavi che fuggivano dai campi di cotone alla ricerca della libertà !!!


Un album che pochi potevano riproporre nel nuovo millennio con tanta professionalità e competenza, a distanza di almeno 100 anni dalla nascita del Blues possiamo vantare una collaborazione “nostrana” di altissimo livello e di grande passione.




https://www.trullettorecords.com/


Nota[1]


Il Dobro è una particolare chitarra con risuonatori conici realizzati in metallo, con la cassa in legno o in ottone, è uno strumento tipico delle Hawaii, nato alla fine degli anni venti proprio negli Stati Uniti, dalle mani di un emigrante slovacco John Dopyera, ed utilizzata con l'accordatura spagnola in Sol aperto, importata dai marinai spagnoli di stanza sulle isole. Vieniva suonata con la tecnica chiamata slide (scivolare), nella versione Hawaiana lo strumento veniva appoggiato in orizzontale sulle gambe, mentre la mano destra pizzica le corde la sinistra impugna una barra di acciaio che si lascia scorre sulle corde per modularne l'intonazione, sembra che questo modo di suonare sia stato introdotto da alcuni braccianti agricoli emigrati dall'India, i quali riproponevano la tecnica della vichitra veena.

Mentre i Bluesman imbracciavano la chitarra nella maniera tradizionale, usavano l'accordatura spagnola ed altre “OpenTuning”, pizzicavano le corde con la mano destra e infilavano nell'anulare della sinistra un “Bottle Neck”, un collo di bottiglia, o un tubo di ottone, oppure impugnavano una lama di coltello, che lasciavano scorrere sulle corde per suonare le melodie.

 

XYQuartet

QuartettoQuartetto





Il nuovo album di nusica.org: QuartettoQuartetto, pubblicato a dicembre 2020 con la rivista JazzIt , è un inedito progetto nato dalla sinergia tra la band XYQuartet e il Conservatorio di Musica di Vicenza Arrigo Pedrollo.


XYQuartet è uno dei gruppi più apprezzati della nuova scena del jazz italiano. Con alle spalle tre incisioni e numerosi prestigiosi concerti in Italia e all’estero è stato premiato nel 2014 e nel 2017 come secondo miglior gruppo italiano nel sondaggio della critica indetto dalla rivista Musica Jazz.


Il progetto nasce nel 2011 a Nordest, tra Veneto e Friuli, dall’incontro di due identità artistiche complementari, quelle del sassofonista Nicola Fazzini e del bassista Alessandro Fedrigo che creano, con il vibrafonista Saverio Tasca e il batterista Luca Colussi, una musica scritta, originale e innovativa, provvista di profonda coerenza e omogeneità, attraversando diversi linguaggi musicali e artistici aggiornandoli alla contemporaneità, esplorando nuove strade compositive con un approccio curioso, ‘oltrejazzistico’.




Dal 2011 la band ha realizzato numerosi concerti e tour in Italia e all’estero esibendosi su palchi prestigiosi: dalla Casa del Jazz di Roma al noto Torrione Jazz Club di Ferrara, passando tra gli altri

anche per Umbria Jazz, Novara Jazz, Foligno Young Jazz, Ambria Jazz, Gallarate Jazz Festival, Valdarno Jazz, Centro D’Arte di Padova, Pisa Jazz e molti altri. Ma la musica di XYQuartet sta recentemente valicando il confine italiano con concerti in Austria, Germania, Slovenia, Ungheria, Polonia, Spagna, Francia e Belgio.






L'album QuartettoQuartetto è un ampio e originale lavoro di orchestrazione di celebri hit degli XYQuartet, riarrangiati dalla band e dal compositore Gianmarco Scalici. Sei brani storici del gruppo Titov, Malcom Carpenter, Spazio Angusto, Vale Vladi, Consecutio Temporum, Pax Vobiscum e due inediti No Evidence, Essential.


Registrati ed eseguiti insieme a quattro musicisti del Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, impegnati con un’ampia varietà di strumenti a percussione. Nasce così un progetto sinergico e d’avanguardia, per un disco di grande colore e dinamiche estreme, di forte impatto sonoro e scenografico. Gli otto musicisti danno vita a un disco pensato per indagare nuove soluzioni timbriche e ritmiche, in cui marimbe, gong, campane tubolari, archi, timpani colorano gli otto brani dell’album.




Se l'intento era quello di lasciare libero sfogo all'immaginazione di chi ascolta allora è stato ampiamente superato. Durante l'ascolto vengono in mente figura fantasiose e ricche di colori, qualcosa che rimane sempre un po astratto ed etereo, le suggestioni emotive che provoca sono ben definite.

Il continuo cambio di ruoli tra arrangiatori ed interpreti garantisce una ricca varietà di punti di vista, di percorsi e di riflessioni che possono soddisfare l' intelligenza di molti.

Le colorate dinamiche si intrecciano con le complesse e discorsive poliritmie, abbinate alle frequenti mutazioni del passaggio sonoro sono talmente stimolanti che difficilmente ci si annoia o perde durante l'ascolto.

Nonostante l'ampio uso di arrangiamenti e parti scritte si ha comunque la suggestione di un continuo interplay estemporaneo, si ha l'impressione di un energico collettivo, come quelli che purtroppo non se ne sentono più spesso !!!


https://www.musica.org/





domenica 18 aprile 2021

 Jar'a

Paolo Angeli




Paolo Angeli è l'artista che più di ogni altro al mondo abbia sublimato l'arte, egli steso è diventato parte integrante, il cuore, del suo “manufatto” artistico. Nato nell'isola dei giganti, ai piedi di un faro, non ha mai smesso di seguire il sole che scende all'orizzonte, sfuggendo dallo stordimento delle ombre e rimanendo sempre sotto la luce e il calore della creatività.


Come Ulisse ha viaggiato per i mari del destino, nutrendosi di tutte quelle emozioni che innalzano e arricchiscono lo spirito, non c'è genere musicale e cultura che non abbia attraversato con rispetto e dedizione, ma quello che più lo ha resolo libero è stata la sua tradizione.


Pochi sanno che il passato, la tradizione, è la chiave del futuro! ... lui l'ha scoperto in fretta ed è riuscito a spalancare porte che pochi sono riusciti ad aprire, percorrendo liberamente più percorsi creativi e cesellando un gesto artistico estremamente personale.


Paolo Angeli riesce in un solo istante, senza essere incomprensibile, ad esprimere un immagine complessa ed articolata di se, lo potremmo osservare in tanti modi, egli è una scultura o meglio un'istallazione sonora, un ricercatore o navigatore di emozioni, un suono etereo e vibrante, un fotogramma in continuo mutamento e tanto altro …





Negli anni ha creato una musica e un modo di fare musica che lo hanno spinto a diventare egli stesso strumento musicale, si perché lui è parte integrante della sua creatura sonora chiamata “chitarra sarda preparata”, con la quale ha stretto un rapporto viscerale e creativo senza precedenti.




In quest'era pandemica e dopo tanti anni di base a Barcellona Paolo ha decide di compiere un'ulteriore “SATORI” tra i luoghi della sua terra, in cerca di un'identità sempre più assetata di sapere, dal quale è nato il suo nuovo album “Jar'a”.



Il risultato è un viaggio mistico e trascendentale, le suggestioni corrono lontane, dai canti in "RE minore" del mediterraneo prosegue per la via della seta, accompagnato dai "canti armonici" degli antenati si spinge fino all'estremo oriente. Al ritorno, passa per il Bosforo esplorando gli "arabeschi" paesaggi del Medio Oriente, si perde tra il magico labirinto dei rituali "ritmici e tribali" dell' Africa più profonda, per poi tuffarsi di nuovo nel “Mare Nostrum” ed raggiungere quel faro da dove è iniziato tutto.


Circumnavigando la sua storia Paolo ci regala un meraviglioso diario sonoro, nudo e senza filtri o correzioni, schietto e dolce, triste e romantico. Ci racconta dei suoi viaggi, delle persone che ha incontrato, dei luoghi che ha visitato e degli scambi culturale che non si possono comprare a buon mercato, li dove il virus digitale della globalizzazione non riuscirà mai ad impiantare il suo tarlo !!!






Come ogni progetto a cui Paolo ci ha “viziati”, l'album è curato in ogni suo aspetto, la grafica e la ripresa sonora sono di altissima qualità, consigliatissimo l'ascolto in cuffia !!


Non mi dilungo su altre informazioni che potete facilmente reperire nel suo sito web https://www.paoloangeli.com/news/



“...anche perché ho fretta di riascoltarlo, buon viaggio a tutti !!!”

martedì 6 aprile 2021

Cyclic Signs

Auand Records






Lo scorso 19 marzo la Auand Records ha pubblicato il primo album da leader di Enrico Morello, giovane e talentuoso batterista romano che tra le varie collaborazioni può vantare la sua partecipazione, da circa sei anni,  nella formazione stabile nella band di Enrico Rava. Per il suo "Cyclic Signs" Morello decide di coinvolgere Francesco Lento alla tromba, Daniele Tittarelli al sax alto e Matteo Bortone al contrabbasso, tutti musicisti ed interpreti creativi che si immergono totalmente nei brani composti dal leader.

Per stessa ammissione di Morello questo album ha avuto una lunga gestazione, maturato negli anni di intenso studio e durante il lungo periodo di lavoro sul campo. Oltre alla musica Enrico vuole trasmettere anche sensazioni e aspetti non esclusivamente musicali...


«Nella necessita di tradurre in musica questi concetti sono partito dall’elemento a me più congeniale, il ritmo, cercando di sovvertire la prevedibile logica del tempo metricamente organizzato tracciando percorsi inattesi, multiformi e compositi, con l’intento di restituire all’ascoltatore la sensazione di sorpresa e disorientamento che si prova quando ci si affaccia alle finestre dell’ignoto.»




«L’utilizzo di un organico asciutto e costituito da strumenti prevalentemente monodici consente uno sviluppo polifonico del materiale tematico e lascia che la musica scaturisca dal silenzio come dei gesti pittorici su una tela bianca. Ho concentrato le mie energie nel dare risalto alle specificità armoniche dei brani attraverso un’accurata conduzione delle diverse voci che determinano l’intreccio polifonico. Seguendo questi principi, le gravità armoniche, seppure non esplicite, mantengono un ruolo centrale nel disegno globale delle composizioni e ne determinano ambientazioni cangianti. Queste scelte mi hanno condotto all’esplorazione di paesaggi sonori archetipici, essenziali dal punto di vista timbrico ma complessi ed articolati nella loro manifestazione corale, in questo non dissimili da alcune produzioni di musica tradizionale dell’Africa centrale che sono state fonte inesauribile d’ispirazione durante tutto il mio percorso d’investigazione creativa.»





Come potrete costatare dalle risposte che Enrico ci ha concesso nell'intervista ne emerge il profilo di un uomo molto concentrato nella professione del musicista, ma anche estremamente creativo ed originale nella pratica artistica della sua professione. Umile e curioso ha saputo produrre un album di altissimo livello, anelando una seri di brani complessi ma allo stesso tempo godibilissimi, esponendo una scrittura articolata che rispecchia con trasparenza la sua personalità. Un artista maturo con i piedi ben piantati a terra che ha fatto della sua vocazione un appassionata professione che conduce con intelligenza non comuni.



Come è nata la tua passione per la musica e perché hai scelto la batteria?

Ho avuto la fortuna di essere cresciuto in un ambiente musicale, i miei genitori amano la musica e la praticano (anche se non professionalmente) da quando sono nato. Quindi in casa mia ci sono sempre stati strumenti musicali di ogni sorta e la batteria non era uno di quelli. Probabilmente la scelta di questo strumento è stata in parte motivata dalla curiosità. È stato un gioco per me, un bellissimo gioco, fino all’adolescenza; periodo in cui ho realizzato di voler vivere di musica e mi sono messo a lavorare in quella direzione.


Quando hai iniziato già pensavi di diventare un jazzista?

Quando ho iniziato a suonare (intorno ai nove anni) direi di no. A quel tempo il mio riferimento assoluto ed incontrastato era Ellade Bandini, batterista importantissimo per la storia della musica pop italiana. Questa passione per Ellade è strettamente legata alla mitologica (almeno per me) figura di Francesco Guccini, cantautore (o cantastorie, come ama definirsi lui) che ho sempre adorato ai limiti del fanatismo e che ancora ascolto con grande coinvolgimento, il mio mito giovanile se vogliamo dirla così.
Il jazz è arrivato intorno ai 13-14 anni, quando ho iniziato a frequentare la Scuola Popolare di Musica di Testaccio.








Come è stato formarsi presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio in Roma?

Era, ed immagino lo sia ancora, una scuola molto incentrata sulla comunità e sui laboratori di musica d’insieme. Oltre ad aver imparato i primi rudimenti del mio strumento grazie ad un paziente e dedito insegnante (Massimo D’agostino) ho cominciato a frequentare miei coetanei interessati al jazz, alcuni dei quali hanno continuato, negli anni, una bellissima carriera da professionisti (Luca Fattorini, Federico Pascucci, Francesco Fratini). Posso, in fine, dire di essere stato molto fortunato ad aver avuto insegnanti non solo validi ma sufficientemente appassionati da trasmettermi il seme della curiosità per questa musica. A proposito di questo vorrei citare in particolare Piero Quarta, Antonello Sorrentino ed un grandissimo musicista che purtroppo ci ha lasciati troppo presto: Maurizio Lazzaro.


Quali sono stati i tuo idoli della formazione?

Oltre ad Ellade Bandini, direi che per quanto riguarda il “jazz” sarebbe riduttivo fare qualunque tipo di selezione in termine di ascolti ed influenze. Posso dire che ci sono state altre figure molto importanti per la mia formazione, ad esempio Marco Valeri (batterista romano che ho sempre adorato e con il quale ho intrattenuto lunghe conversazioni sempre illuminanti) così come molti musicisti attivi della scena romana di qualche anno fa dai quali ho imparato tantissimo, e non sto parlando solo di batteristi…ben inteso. Senza il loro stimolo propositivo forse oggi non sarei qui a fare questa intervista.


Da circa sei anni sei uno dei “ vampirizzati” nel gruppo stabile del Maestro Rava, com'è lavorare con una delle legende viventi del Jazz Nostrano ?

L’ho sempre vissuta con grande serenità. Sono orgoglioso di far parte della sua formazione stabile da così tanto tempo ed inutile dire quanto si possa imparare da una figura come quella di Enrico anche solo scambiandoci due chiacchiere. Chiunque ha avuto il piacere di incontrarlo potrà confermare.






Quali sono i luoghi e le persone che ricordi con più affetto durante i tour in giro per il mondo?

Domanda interessante!
È molto difficile rispondere, intanto perché ho una memoria pessima in generale ed ogni tanto affiorano ricordi dei bei momenti qua e là, persone incontrate ed esperienze vissute. Credo di essere attratto maggiormente dalle piccole realtà in cui lavorano persone vere, spesso senza aiuti statali o cose del genere. Quando ti imbatti in queste realtà ti rendi conto di quanta passione ci vuole per mettere su una macchina organizzativa che abbia come fine ultimo la proposta culturale volta a contrastare l’appiattimento e la mediocrità. Per fortuna in Italia ci sono molte associazioni di persone virtuose in questo senso e, in genere, sono anche le più meritocratiche. Solo per rimanere in ambito romano potrei citare l’Agus Jazz Collective e i ragazzi del “Quadraro In Jazz”.


Quando e perché hai deciso di comporre un intero disco?

Sono diversi anni che penso di scrivere musica mia ma ho sempre fatto i conti con un’estrema pigrizia e con il fatto di non sentirmi sufficientemente “a posto con me stesso” da espormi in prima persona.
Oggi credo di aver accumulato una serie di esperienze che mi hanno aiutato a trovare una sintesi di ciò che mi interessa e di poter esprimere nel modo più sincero possibile una visione che sia mia.
Questo non significa che abbia trovato il “centro di gravità permanente” ma forse è l’inizio di un percorso di accettazione; il disco deve essere una fotografia di un momento ed è auspicabile che il processo di evoluzione personale sia costante e non si fermi mai.



Nella video intervista con S. Zenni si ironizza sul fatto che i batteristi non sanno o non sono interessati agli aspetti armonici di un brano. In realtà esistono, almeno nel jazz, molti batteristi compositori mentre ci sono pochi strumentisti che sanno interpretare il tempo come un batterista, cosa ne pensi?

Che dire…camminiamo in un campo minato di luoghi comuni. Io ti posso dire di aver avuto la fortuna di incontrare lungo il mio percorso sia formativo che professionale musicisti che mi hanno aperto gli occhi sulle infinite possibilità di elaborazione ritmico-metrica e pochi di loro erano batteristi. Allo stesso tempo ho conosciuto batteristi che compongono divinamente e che hanno una visione musicale a 360°. Non credo si tratti di fortuna o di casualità.


Anche se ho sentito la mancanza di una voce intermedia tra la tromba e il contrabbasso, possibilmente alternando il contralto con un tenore, ho percepito molta complicità da tutti i componenti della band, come hai scelto la formazione e come hanno accolto le tue composizioni?

Ho scelto dei musicisti che fossero in linea con la mia visione ed una certa estetica. Questo ha reso tutto molto più semplice. In oltre ho chiamato in causa persone verso le quali nutro una stima incondizionata sia di tipo intellettuale che prettamente musicale, questi presupposti hanno facilitato un processo di scambio costruttivo. La mia musica è stata accolta professionalmente, fin dalla prima lettura ho sentito che con una band di quel livello avrei potuto tirare fuori tutto quello che volevo, ed ho cercato di farlo nel miglior modo possibile.





Sempre con Zenni si parla di Steve Coleman e dei ritmi africani, in realtà io ho percepito certe atmosfere “armolodiche” del primo Ornette Coleman, ma anche alcune sfumature “concrete o contemporanea” molto affini al lavoro di Anthony Braxton. A cosa o chi ti sei ispirato per comporre i brani del disco?

Sono tante le influenze, sicuramente Steve Coleman è una di queste ma non è l’unica appunto. Sono, ad esempio, molto interessato al lavoro di Vijay Iyer, Steve Lehman, Mark Turner, Jonathan Finlayson, Liberty Ellman, Kris Davis, Drew Gress, Dan Weiss, Tim Berne, Ralph Alessi, Craig Taborn, Miles Okazaki, Tyshawn Sorey, Ambrose Akinmusire…per citare alcuni contemporanei. Sui grandi maestri direi che nel mio lavoro si trovano sono sicuramente echi di Ornette, McLean, Rollins, Byard, Monk, Threadgill, Davis, Shorter ed infiniti altri.


Sei interessato anche ad altri aspetti legati alla musica, ad esempio le sue affinità con le discipline scientifiche come le matematica e la geometria, ma anche al suo potere psicologico?

Ne sono senza dubbio affascinato e cerco di leggere ed informarmi sempre di più al riguardo ma chiaramente si aprirebbero porte talmente vaste che forse esulerebbero dal contesto dell’intervista.


Sei nato del 1988 quando il jazz aveva preso percorsi molto lontani dalle sue radici mescolandosi al rock ed all'elettronica, oggi si è ritornati ad un approccio più acustico. Sicuramente i tuoi ascolti sono stati anche di altro genere, cosa ti piace ascoltare? … suoni altri generi musicali?

Ti stupirò. A differenza di molti (quasi tutti) miei coetanei non ho un passato nel rock. Non è una cosa di cui vado fiero ma sicuramente è la verità. Come già accennato sono cresciuto fra la canzone d’autore, repertori di musica popolare e jazz…questo è il mio background con il massimo della trasparenza. Negli ultimi anni è subentrato un interesse per la musica delle avanguardie del ‘900 e la mia curiosità per la tradizione popolare italiana si è estesa ad un interesse per le musiche folcloriche del mondo, in particolare quella africana.


Sperando che questo momento storico si risolva il prima possibile, quali sono i tuo progetti per il futuro?

Portare in giro “Cyclic Signs” sarà la mia priorità. Per il resto spero di riprendere la mia solita attività da sideman con le band che mi vedevano coinvolto direttamente prima della pandemia e, anche in questo versante qui, ci sono molte novità in arrivo!





www.enricomorello.com

https://auand.com/


brani

01 The Forest People
02 Persephone's Dance
03 Sometimes, During The Night
04 What Happened On The Road
05 Walking Together
06 Drills In My Brain
07 Tales De Hadas
08 Playful
09 Natural Movement
10 Quite Close
11 Ghost Truck
12 The End Is The Beginning


Artistic producer: Enrico Morello

Executive producer: Marco Valente

Inner photos by Anita Martorana

Graphic designer: Riccardo Gola


domenica 21 marzo 2021

 Armonia pratica per il chitarrista jazz

Enrico Bracco - Marco Acquarelli
(Edizioni Sinfonica)






I due insegnanti/chitarristi, proprio per esigenze didattiche,hanno compilato un metodo per lo studio e la pratica dell'armonia Jazz sulla chitarra. L'esigenza principale è quella di chiarire come vengono costruiti gli accordi e la loro corretta denominazione, anche perché spesso si cade in simbologie poco chiare o comunque equivocabili. 






Poi si passa alle loro possibili diteggiature sulla tastiera, ben illustrate nelle griglie, affiancate anche dagli esempi sul pentagramma e sulla tastiera del pianoforte.


Ci sono anche degli esercizi pratici che illustrano alcune progressioni armoniche nelle quali il fruitore può sbizzarrirsi con le varie strade indicate dal testo, entrando così anche nel vivo di quelle che possono essere le possibili strategie dell'improvvisazione.





Dopo averlo studiato attentamente, il metodo può essere un ottimo prontuari da consultare durante lo studio delle composizioni, per creare voicing e change chords, ma anche per le proprie composizione e le possibili armonizzazione di una singola melodie.




L'unico neo è la rilegatura del volume, non avendo gli anelli è quasi impossibile da posizionare sul leggio, per il resto è ben organizzato e di facile consultazione.


"Quando si mette a disposizione la propria esperienza e lo si fa con estrema competenza e passione è sempre un ottimo stimolo per le nuove generazioni !"


www.sinfonica.com


Canali YouTube:


Enrico Bracco 

https://youtube.com/channel/UCPGEWrCG4P8q2y4YqCgIDcA


Marco Acquarelli

https://youtube.com/user/karibu1205